La crisi, che messaggi trasmettiamo ai nostri figli?

 

La “crisi”? Tutti ne parlano come di una cosa inevitabile e ai figli facciamo capire che ci siamo rassegnati, che non se ne esce, che il futuro sarà sempre più nero. Il guaio – per ciò che riguarda l’educazione – è il fatto che gli educatori non si “indignano” di fronte alle frodi finanziarie, allo sperpero di danaro pubblico, alla corruzione, alle raccomandazioni, alla burocrazia, ecc., ecc.

Per spiegarmi vorrei fare alcune domande: 1) «Fa male a genitori e insegnanti sentir dire che “rubano tutti”, che “tanto le cose non cambieranno”, che “ognuno deve pensare a se stesso”, che “gli extracomunitari è meglio che stiano a casa loro”?». 2) «Comunicano questo loro disagio? O partecipano al coro?». 3) «Tali pensieri sono circoscritti all’ottusità di pochi o sono tutti a pensare così, tanto da trasformarli in “cultura” – ovviamente negativa – di cui è permeata la nostra società e di cui si nutrono i nostri figli?». Se non s’indignano, se non esprimono disagio, se hanno assorbito il “pensare comune” che tipo di educazione possono dare? I loro figli cresceranno perfettamente “omologati” a questa che vorrei definire “società della crisi”.

La crisi non deve essere vista e comunicata come un nemico imbattibile o, peggio, come scusa per rinchiudersi nel proprio guscio e per non affrontare la vita. Non dobbiamo come genitori e educatori subire la rassegnazione e adagiarci nei comportamenti che hanno provocato la crisi, perché (e sia ben chiaro e ripetiamolo ai nostri figli):  – non è vero che rubano tutti, e lo si dimostra semplicemente continuando con la frase: «noi non rubiamo!»; – non è vero che le cose non cambieranno, perché: «noi “vogliamo” migliorarle e ce la faremo»; non è vero che ognuno deve pensare a se stesso, perché: «noi pensiamo anche a chi è nel bisogno»; non è vero che i neri devono stare a casa loro, perché sappiamo che: «dal confronto può nascere ricchezza» e agiamo di conseguenza verso chi viene da fuori.

Non abbiamo il diritto di prospettare un futuro terribile; abbiamo, invece, il dovere di infondere fiducia e speranza; di parlare di questa nostra Italia com’era nel 1945/50 per dire degli enormi, entusiasmanti progressi che ha compiuto (in tutti i settori) in questi sessant’anni. Abbiamo il dovere di dire che ogni periodo storico ha le sue difficoltà e che tendiamo a sottolineare con prepotenza quelle che stiamo vivendo, dimenticando quelle precedenti (per inciso ricordo che nei primi anni ’60 già si parlava di crisi chiamandola però “congiuntura”). Sentite che cosa diceva Einstein nel 1934: “La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi (…). È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere “superato”. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta se stesso, violenta il suo talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni (…). Senza crisi non ci sono sfide (…). Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superala» (A. Einstein, Il mondo come lo vedo io, Newton Compton).