I nostri bambini, tra i più sani e felici del mondo

 

Di solito, quando si parla dei bambini, si discute di problemi, difficoltà, disagi, malattie; addirittura di maltrattamenti, pedofilia, ecc. ecc. Ora questo titolo dice che i bambini sono felici… Che succede? Stiamo diventando buoni?

Non siamo diventati buoni, lo siamo costantemente stati perché la pedagogia positiva ci ha sempre insegnato ad esser ottimisti ed a pensare che possiamo e possono ( i bambini) fare della vita un capolavoro; abbiamo detto e ripetuto di continuo che ognuno di noi è indispensabile e che il mondo sarebbe decisamente più brutto se anche uno solo di noi non fosse nato. Proprio per questo oggi vogliamo dare un’occhiata alle ricerche dell’UNICEF sul benessere dei bambini e degli adolescenti nei paesi economicamente avanzati” (pubblicato ogni anno) e lo facciamo per “scoprire” che i bambini italiani sono molto ben piazzati.

Le sei dimensioni prese in esame per calcolare la posizione media sono: 1) benessere materiale, 2) salute e sicurezza, 3) star bene a scuola, 4) relazioni con famiglia e ami­ci, 5) comportamenti a rischio, 6) percezione del proprio be­nessere.

 

Ebbene in questa specie di classifica come si trova l’Italia?

La grande sorpresa in tutto questo è l’Italia. Una volta tanto, siamo in un’ottima posizione (almeno per tre dei sei paramenti), nettamen­te in risalita rispetto ad altri Stati europei: i bambini italiani risultano essere tra i più sani, i più curati ed i più felici del mondo. Oggi si può tranquillamente affermare che i bambini e gli adolescen­ti italiani godono mediamen­te di buona salute e hanno rapporti sociali diversificati, appaganti, soddisfacenti. Che cosa ci ha fatto gua­dagnare terreno? Tre para­metri in particolare:

– la salute,

– la sicurezza,

– i rapporti con la famiglia e i coetanei.

Probabilmente in tutto questo ha giocato un ruolo importante la prevenzione medica e la sana ali­mentazione mediterranea, il senso della famiglia che culturalmente contraddistin­gue il nostro paese, la comunicatività e la facilità di rap­porti che specie in provincia è molto diffusa. Perciò possiamo e dobbiamo dire al nostro bambino: Viviamo in una parte del mondo dove non ci manca niente di essenziale, mentre tu stai bene, vai a scuola, curi le tue malattie, mangi tutti i giorni ci sono due bambini come te nel mondo che tutto questo non ce l’hanno o non l’hanno a sufficienza per una vita dignitosa. Ne vogliamo adottare uno per farlo diventare tuo fratello ed essergli vicini nelle difficoltà?

 

Abbiamo trascurato la scuola, i comportamenti a rischio e la “percezione” del proprio benessere

Infatti su questi tre argomenti andiamo un po’ meno bene: per la scuola occorre dire che il dato è onnicomprensivo, quindi penalizza la qualità della scuola di base, per la sufficienza della scuola media e le note carenze della scuola superiore.

Per quanto riguarda i “comportamenti a rischio” tutti sappiamo che sono in aumento anche tra i giovanissimi e che solo una grossa attenzione ai modelli che proponiamo potrà darci (e non a breve) risultati positivi.

 

Infine per ciò che riguarda il “benessere percepito”? Perché c’è una differenza tra il benessere reale e quello avvertito, o no?

Sì c’è perché, mai come in questo caso, c’è un profondo divario tra realtà e convinzioni personali. Abbiamo detto che i nostri figli sono tra i più seguiti ed i più felici del mondo… ma loro sono convinti di vivere nel disagio e di avere grosse difficoltà.

Ora io mi domando: Se il benessere è reale, chi ha cacciato loro in testa questa idea del “disagio giovanile”, delle difficoltà esistenziali e quant’altro? L’hanno forse partorita da soli? Non sarà che ancora una volta siamo stati noi, con le nostre continue lagne contro tutto e tutti ad inculcare (letteralmente. calcare con i piedi) nelle loro teste la convinzione che hanno grandi difficoltà? Io penso che i giovani di oggi vivano nell’agio e che il disagio giovanile sia un’invenzione degli adulti. Il guaio è che loro ci credono e… cercano di fuggire in un mondo irreale, con quel che ne viene dietro.

Prendiamo atto di questa situazione di pedagogia negativa, di presenza dentro di noi di idee non corrispondenti alla realtà, che comunichiamo efficacemente con parole, atteggiamenti e fatti. Ammettiamo sinceramente che siamo noi genitori, insegnanti e società in genere che diciamo ai nostri figli che tutto va male, che la felicità non si può trovare, che l’amore vero non c’è, che la vita è piena di dolori e di insuccessi, che tutte le famiglie si sfasciano, che il nostro Paese si distingue per incapacità a garantire benessere ai suoi cittadini, ecc. ecc.

 

La pedagogia positiva come ci viene in soccorso?

È questo il momento di smettere di piangerci addosso per dire che possiamo fare molto cominciando ad abituare i nostri bambini, fin da piccoli, a desiderare sì le cose importanti; ma anche a sapersi accontentare ed a godere del bene che possiedono. Siamo noi, genitori e parenti, ma è anche la società nel suo complesso, a far credere ai bimbi, fin dall’età dell’asilo, di avere bisogni impellenti che vanno appagati. In realtà, la smania del possesso non appa­ga, anzi porta ad un’escalation di insoddisfazione. Aiutiamo dunque i nostri bimbi a desi­derare le cose importanti, ma a consumare meno: così li renderemo meno vulnerabili a facili “sirene” ed ancora più felici.

Abituiamoli ad accontentarsi del buon cibo cucinato dalla mamma in casa. Indubbiamente i bambini italiani mangiano ancora bene, anche se… le cose stanno deteriorando con mamme che li rimpinzano di merendine, patatine e girelle. Educhiamoli, invece, ad ap­prezzare la grande ricchezza della cucina italiana: non censuriamo il loro buon gusto, dando loro solo cibi “da pic­coli” insipidi, troppo dolci o artificiali. Abituiamoli invece ad assag­giare, a sperimentare, ad ap­prezzare giorno dopo giorno ogni tipo di ingrediente e di specialità regionale. Da grandi saranno adulti felici e consci di appartenere a una grande cultura popolare, quella della tavola italiana e delle sue mille ricette e pre­parazioni.

Riduciamo al minimo indispensabile l’uso di medicine. Indubbiamente vaccinazioni, prevenzione, controlli periodici hanno reso i bambini italiani poco vulnerabili alle malattie e normalmente in grado di affrontare la crescita fisica e psichica. Perché dunque abituarli ad assumere medicine quando non è assolutamente necessario? Queste servono a chi è malato, non a chi sta bene… Pensiamoci, ogni tanto e se fanno fatica, una sera ad addormentarsi diamo la buona vecchia camomilla piuttosto che la “pastiglia per il sonno”; se si sono sbucciati un ginocchio non hanno affatto bisogno di un analgesico, così pure per un piccolo mal di testa.

Infine non togliamo loro la gioia di far fatica, lasciamo loro la soddisfazione di raggiungere, con le loro forze, risultati ambiziosi. Cresceranno contenti e sicuri.

 

Vedo però bambini impegnatissimi anche d’estate, ma tutto questo correre fa bene?

Bimbo contento vuol dire bimbo capace anche di… non fare niente. Certo, è difficile ammetterlo, ma il saper “perder tempo” è fertile, spesso utile, persino educativo. Lasciamolo tranquilli almeno durante le vacanze, lasciamogli fare quel cavolo che vuole e – se non vuole fare – lasciamolo a fare niente.

Un bambino che ha la giorna­ta sempre strapiena, che pas­sa freneticamente da un’atti­vità ad un’altra è un bambino fragile ed incapace di concentrazione. Fermarsi ogni tanto fa riflettere, permette di apprez­zare di più la ricchezza di una vita varia, piena. Quindi, almeno durante l’estate non avere nulla da fare per mezz’ora, un’ora, stimola l’in­gegno, l’immaginazione e la fantasia. E, magari, spinge ad aprire un libro.

 

Concludiamo con il rapporto con i genitori. Che dice l’Unicef?

Anche qui conferme di quanto già si diceva: l’Unicef rileva che in Italia la vita in famiglia è buona. In famiglia si gode serenità e pace, almeno laddove le tensioni sono ben gestite. La famiglia italiana “tiene ancora ed i figli hanno grande fiducia in essa”. Certo ci sono coniugi separati, ma anche in questi casi stiamo migliorando, cercando di evitare traumi troppo gravi ai figli.

Forse dobbiamo investire un poco di più sulla nostra autorevolezza. Il rapporto dice che bimbi felici vuol dire bimbi pieni di rispetto verso gli adulti. Ci avete mai pensato? Spesso la nostra superficia­lità di adulti ci fa trascurare di educare i piccoli al rispetto per i grandi, per le cose, per il lavoro e il ruolo degli altri. E tutto questo, in loro, si tramuta in poco amore per se stessi. Il rispetto si comunica, si trasmette con l’esempio; ad esso ci si abitua e con esso si cresce decisamente bene. Piaget dice che il “rispetto” è un misto di ammirazione, affetto e stima, sentimento spontaneo nei bambini che va coltivato ed educato