Capricci (b)

 

Abbiamo descritto – nella precedente puntata – il senso del dovere ed il senso di colpa perché volevamo capire da dove vengono i capricci. Forse lo abbiamo già intuito… Continuiamo… I nostri ordini ed i nostri divieti che rapporto hanno con il senso del dovere e nel senso di colpa?

Da quanto detto sopra non solo è legittimo, ma addirittura necessario che noi diciamo al nostro piccolo le cose che deve o non deve fare.

Ci sono però alcuni pericoli:

  1. Diamo troppi ordini. Se cominciamo la giornata con un ordine (alzati che è ora), durante il giorno continuiamo con ordini e divieti (Fai questo, fai quest’altro, non fare questo, non toccare, non dire) e terminiamo alla sera con un ordine (Vai a letto che è tardi). Il rischio reale è che il bambino non riesca a recepirli e pertanto non possa eseguirli o rispettarli.
  2. Non ci curiamo di farli rispettare, perché, essendo troppi, a noi mancherà la forza e il tempo per accertare che quanto richiesto sia eseguito.

In questa dinamica i capricci sono un modo specifico dei bambini per volere una cosa, per non farne un’altra, per avere quanto desiderano. Evidentemente li fanno quando hanno capito che si ottiene. Ottengono?… i capricci continueranno e si intensificheranno. Non ottengono?… i capricci finiranno presto. Una frase slogan per ricordare: “I capricci devono essere improduttivi”.

Noi chiediamo una cosa… lui ci dice di no. Anche in questo caso: ottiene quello che vuole? Se sì, ripete il comportamento; se no, dopo alcuni insuccessi il capriccio scompare e l’età dei no, appena iniziata è già finita.

Alcuni bambini (lo abbiamo già detto in una precedente puntata) fanno domande per evitare di ubbidire, ad esempio: «Perché devo andare a letto? Perché devo parlare a bassa voce? Perché non posso mangiare le caramelle?». In questo caso la domanda non è posta per una lodevole curiosità intellettuale; ma per il fatto che noi abbiamo dato un ordine (o stabilito una proibizione) e loro provano ad aggirarlo. Esattamente come per i “no”: «Ce la faranno?».  Se sì, ripeteranno il comportamento che ha avuto successo, se no la richiesta è sterile e quindi cesserà. Dunque a queste domande si risponde sbrigativamente che già conoscono la risposta e che le “regole” vanno rispettate.

  • Se il senso del dovere è stato correttamente mantenuto, con un buon equilibrio con il senso di colpa;
  • se le regole di famiglia; gli ordini e i divieti sono eseguiti e noi educatori prestiamo la massima attenzione che vengano rispettati;
  • se l’età dei no non è esistita o è durata pochissimo;
  • se l’età dei perché è stata ben coltivata e dura tutt’oggi…

il nostro bambino non ha bisogno di castighi semplicemente perché non fa i capricci, non disubbidisce, fa quello che deve.

Può capitare comunque che il bambino disubbidisca, non rispetti le regole, non faccia quanto doveva. La domanda più frequente, in questo caso, è: «Lo devo castigare». La risposta non è un semplice no o un sì; ma è più articolata nel senso che tra la violazione e la sanzione si deve inserire l’ “assunzione di impegno”. Mi spiego. Se il mio bambino ha disubbidito, non lo castigo immediatamente e subito. Ma subito lo stimolo a riflettere e a dire che cosa vuole fare. Perché si dice che ha sbagliato e si impegna a non ripetere l’errore, va bene così e basta, la punizione non serve. É il metodo di don Bosco (appreso dalla sua nonna): «Dite pure chi è il “colpevole” e se questi farà il proposito di un comportamento corretto, non sarà castigato». A mio modo di vedere, solo la violazione dell’impegno assunto dà luogo alla correzione.