Martedì 11 Dicembre 2018 23:52

Pedagogia della quaresima

Siamo in Quaresima e parliamo della “pedagogia della Quaresima”. La Quaresima può insegnarci qualcosa?

 42) Pedagogia della Quaresima.

 

1) Siamo in Quaresima e parliamo della “pedagogia della Quaresima”. La Quaresima può insegnarci qualcosa?

            Molto, molto: la sobrietà, l’accoglienza, la condivisione. E ancora, la scelta di una vita più semplice, la volontà di accontentarci del necessario senza cercare il lusso, l’esibizione di ricchezza e l’apparire.

 

2) Ma ai bambini serve questo periodo?

            Serve l’esempio dei genitori; lo abbiamo detto tante volte che per educare bene i figli non dobbiamo intervenire principalmente su di loro ma su di noi. Noi possiamo fare tesoro della Quaresima per dimostrare che finalmente abbiamo deciso di sbarazzarci delle nostre schiavitù o abitudini negative, talvolta dannose e talaltra anche costose: per citare un esempio (ma c’è di peggio) parlo del papà che ha l’abitudine di andare tutti i giorni al bar a bere un aperitivo, magari alcolico; penso alle mamme che “sprecano” in vestiti che andrebbero bene indossati dalla figlia diciassettenne e che usati un paio di volte finiscono nell’armadio già stracolmo.

Come ogni anno, la Quaresima ci offre una provvidenziale occasione per approfondire il senso e il valore del nostro esser cristiani.

 

3) La Quaresima, secondo le indicazioni della Chiesa, dovrebbe caratterizzarsi per: digiuno, preghiera, carità,

Sì, sono gli “impegni” che devono accompagnare ogni Quaresima; ma in particolare voglio soffermarmi sulla carità, esercizio necessario per liberarsi dall’attaccamento ai beni terreni.

 

4) La “tentazione” della ricchezza non ci abbandona mai

Mai, è sempre ben presente; ma la carità ci aiuta a vincere questa costante tentazione “educandoci” a venire incontro alle necessità del prossimo e a condividere con gli altri quanto per bontà divina possediamo. E’ un cammino che possiamo intraprendere in questo periodo prima della festa della resurrezione. Possiamo iniziarlo chiedendoci che esempio diamo noi; subito dopo istaurando concrete azioni di carità; poi possiamo stimolare i nostri figli a fare altrettanto con generosità e si può progredire ancora facendo nostra l’idea positiva (bisogna cambiare le idee per cambiare i comportamenti) che non siamo proprietari, bensì amministratori dei beni che possediamo e in tal senso possiamo offrire modelli di vita ai nostri educandi. Il tutto deve essere compiuto senza esibizionismi evitando che un gesto di carità si trasformi in un mezzo per porre in evidenza noi stessi.

 

5) Riservatezza anche nel dare dunque?

Se nel compiere una buona azione non abbiamo come fine la gloria di Dio e il vero bene dei fratelli, ma miriamo piuttosto a un ritorno di interesse personale o semplicemente di plauso, ci poniamo fuori dall’ottica evangelica (Benedetto XVI). Quindi la nostra azione educativa rivolta prima a noi stessi passa automaticamente ai figli con la scelta della povertà (che non significa indigenza) con la scelta dell’elemosina fatta con discrezione e riguardo. Cerchiamo infine di capire e di far capire che la migliore penitenza dopo una bella confessione è la condivisione con i poveri di ciò che possediamo. Così l’elemosina diventa mezzo di educazione.

 

6) Dunque l’elemosina è uno strumento di educazione?

“L’elemosina educa alla generosità a fare della nostra vita un dono totale.  

 

7) Siamo alla conclusione come sempre mi è concessa una domanda un po’ cattivella.  Stai forse sostenendo che bisogna dare qualche spicciolo a tutti quelli che chiedono per strada, sui gradini della chiesa, davanti ai supermercati, ecc.?

Non è questa la vera elemosina, perché il nostro obolo dato nelle circostanze che hai citato serve purtroppo solo a mantenere quelle persone sulla strada nelle condizioni in cui si trovano o anche a lasciarle vittime di prepotenti che li costringono all’accattonaggio. Ad altro mirano le collette speciali a favore dei poveri, che in Quaresima sono proposte in molte parti del mondo. Dunque diamo (e educhiamo a dare) là dove sappiamo che se ne farà buon uso da persone che ben conosciamo, che stimiamo; diamo alle organizzazioni che hanno una storia decennale di capacità di intervento là dove necessita e mai farebbero un uso distorto della nostra generosità; diamo a chi ci dice dove andranno i nostri contributi e per quale scopo verranno utilizzati, con regolare “rendicontazione”.

E non vanno dimenticate le “povertà” spirituali, per cui la nostra “elemosina” può concretizzarsi anche nel fare compagnia a una persona sola, nel portare a messa chi si trova nell’impossibilità di andarvi; nell’andare in un ufficio a sbrigare una pratica per chi non può; nel dedicare tempo all’educazione dei giovani in oratorio. Elemosina è anche questo perché, se è vero che ci sono persone che mancano dei mezzi materiali di sussistenza anche qui vicini a noi, è altrettanto vero che aumentano sempre di più oggi le persone che mancano di relazioni, di affetto, di compagnia, di attenzioni educative e questo le rende non meno povere.

 

Pubblicato il 04.04.2013
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