Mercoledì 12 Dicembre 2018 00:24

Dov’è il nonno?

Prepariamoci al 2 novembre

Siamo vicini al 2 novembre giorno dedicato dalla “pietas” cristiana al suffragio dei defunti.
Preghiere, S. Messe, visite al “Campo Santo”, lumini e fiori sulle loro tombe.
Ma, anche in questa ricorrenza si possono manifestare “comportamenti, idee o convinzioni” che non sempre sono pedagogicamente corrette e ciò non per cattiveria, ma semplicemente perché seguiamo la corrente e ci lasciamo trascinare dalle “mode”. Queste mode, nel caso specifico, portano taluni papà e mamme “moderni” a temere di accompagnare i loro bambini piccoli al Cimitero, per evitare loro “il disturbo” di un primo incontro con la morte. Semmai li lasciano comprare, fuori dal luogo santo, i dolcetti dei morti; ma dentro non entrano, no, troppo triste! Quello che devono sapere sulla morte gliel’hanno già insegnato con gesti scaramantici, taluni addirittura volgari e le loro domande precise sui morti, le hanno sempre eluse alla grande…
Così non si parla di morte con i figli e poi... Tv, radio, giornali sono zeppi di fatti luttuosi, di incidenti mortali, di ammazzamenti e di delitti. Lì domina il “supermercato della violenza”, della morte-banale, della morte-spettacolo o della morte-virtuale e loro, i piccoli, non vedono quasi più, ed è un grande male educativo, la morte naturale.
Vorrei veramente che si interrogassero tutti quegli adulti che così si comportano, quelli che mandano il figlioletto dalla zia per qualche giorno in attesa di seppellire il nonno; quelli che la vogliono cancellare la morte con il loro vivere alla giornata qui ed ora e poi… quel che sarà, sarà.
Ma chi ha buon senso ed intelligenza sa che la morte è il termine naturale della vita; chi ha una fede autentica sa che la morte è la nascita, pur dolorosa, all’altra vita, per cui sa che può recarsi con tutta la famiglia serenamente a far visita ai defunti e cogliere l’occasione per pregare, per parlare - altrettanto serenamente - di sorella nostra morte corporale. Chi ha fede ha già insegnato che quando si entra in un Cimitero è bene elevare un pensiero, una preghiera per coloro che ci hanno preceduto; ha già insegnato ad amare i “nostri morti”, a portar loro rispetto e ad onorare ed abbellire le loro tombe.
I bambini, infatti, accettano la morte più di noi: durante l’infanzia pensano che la morte non sia definitiva e che, pur essendoci la separazione, le persone siano ancora vive, ed hanno ragione perché sono vive, anche se separate da questo mondo fatto di materia; durante la fanciullezza tendono, invece, a vedere la morte come effetto della vecchiaia e/o della malattia e durante l’adolescenza, infine, è raggiunto il concetto di morte come irreversibile, irrepetibile ed universale.
Non capisco la stupidità dei padri, degli educatori di professione e di quanti sostengono che si debba evitare di parlare della morte” scrive Andreoli. Certo ne abbiamo paura anche solo parlandone, perché vogliamo allontanarla, perché la morte è tremenda e terribile, perché è prezzo del peccato, perché contro di essa “naturalmente” tutto il nostro essere si ribella, perché la nostra buona volontà è sopraffatta dall’inesorabile certezza della morte, perché dopo aver gustato il frutto della vita non vorremmo morire, perché abbiamo sì fede ma non tanta da accettare la morte, perché temiamo di cadere nel nulla, dimenticando che Cristo per primo ha vinto la morte. Persino i preti ne parlano poco, predomina l’imperativo che la Chiesa deve mostrare un volto gioioso... dunque niente morte! Ma è un equivoco perché questo avvenimento è “spiritualmente gioioso” è, infatti, la porta di accesso del paradiso.
Perché non parlare della morte? Perché non rispondere pacatamente alla domanda: “Dov’è il nonno”? Non è vero che non ne siamo capaci come genitori, siamo ignavi, fuggiamo anche da questa responsabilità, ma ne siamo sicuramente capaci.
Se l’evento della morte del nonno è stato vissuto da poco abbiamo già avuto occasione per affrontare queste domande durante le cerimonie funebri e le nostre frequenti visite alla tomba. Se l’evento è lontano e non entra nelle memorie del bambino, mostriamo l’album delle foto che c’è in ogni casa, raccontiamo la “storia” della nostra bella famiglia cominciando proprio dai nonni, che - sia ben chiaro - non sono “scomparsi”, sono morti, come natura vuole; sono passati all’altra vita, sono in paradiso, dove andremo tutti, con Gesù. Semplice no?
Dobbiamo parlarne anche a scuola (magari proprio in occasione delle vacanze dei morti), perché la scuola è vita e la morte fa parte della vita, perché non possiamo eludere le domande degli alunni, proprio quando le classi sono toccate dalla morte di un parente di qualche allievo perché certo non si può “far finta di niente”, né tantomeno andare al funerale con la bandiera della scuola senza dire nulla.

Pubblicato il 04.11.2012
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