Mercoledì 12 Dicembre 2018 00:06

L’automobilista cristiano (I parte)

Dove sono i cristiani sulla strada? Me lo chiedo ad ogni viaggio, me lo chiedo davanti alle “stragi del sabato sera”, davanti al figlio di un caro amico che ho appena accompagnato al Camposanto e veramente devo fare una certa forza su me stesso, per scrivere questo pezzo preferirei tacere e chiudermi nel silenzio.

L’automobilista cristiano (modello credibile per i suoi figli) - I Parte

  
   Prendo l’avvio dal documento “Orientamenti per la Pastorale della Strada” del Pontificio Consiglio dei Migranti (datato 24.05.07), per citare subito il n. 19: «Chi conosce Gesù è prudente sulla strada. Non pensa soltanto a sé e non sempre è assillato dalla fretta di arrivare. Vede le persone che lo “accompagnano” per la strada, ognuna con la propria vita, il desiderio di arrivare, e i propri problemi. Le vede tutte come fratelli e sorelle, figli di Dio e questo è l’atteggiamento che connota l’automobilista cristiano».
Ma dove sono i cristiani sulla strada? Me lo chiedo ad ogni viaggio, me lo chiedo davanti alle “stragi del sabato sera”, davanti al figlio di un caro amico che ho appena accompagnato al Camposanto e veramente devo fare una certa forza su me stesso, per scrivere questo pezzo; preferirei tacere e chiudermi nel silenzio.
Tuttavia al dovere di proporre alcune riflessioni di pedagogia positiva non posso sottrarmi; perché, se noi genitori avessimo idee belle e stabili, se noi diventassimo veramente “testimoni autorevoli” per i giovani, le loro condotte cambieranno anche per ciò che riguarda i comportamenti a rischio.
   Devo cominciare coll’affermare che, nella quasi totalità di quello che vedo, sento e leggo, perseverano alcuni errori pedagogici di fondo:
-    dobbiamo intervenire sui figli,
-    dobbiamo vietare ai giovani,
-    dobbiamo reprimere con forza,
-    la scuola, la polizia, lo stato, la chiesa devono fare qualcosa e subito.
Sì e poi sì; dobbiamo intervenire sui nostri figli; dobbiamo affrontare questi problemi allo scopo principale di “formare” e, formando, di prevenire.
Sì e poi sì; dobbiamo impedire la guida a chi è alterato da alcool o droga.
Sì e poi sì; dobbiamo esigere controlli molto severi sulle strade.
Sì e poi sì; gli insegnanti ed i catechisti, gli agenti ed il governo, devono attuare una grande campagna di informazione, prevenzione, educazione dei giovani; ma anche di repressione, perché (sì e poi sì) bisogna fermarli prima che …
E allora dove sta l’errore? L’errore sta nel fatto che: “NOI CI TIRIAMO FUORI”.
Ne volete un esempio? «Ciascuno, nell’ambito delle proprie competenze, deve operare al fine di creare una coscienza generale e pubblica per quel che riguarda la sicurezza stradale e promuovere con tutti i mezzi, una corrispondente ed adeguata educazione dei conducenti, dei viaggiatori e dei pedoni». Così presenta il documento succitato il Card. Martino. Il guaio è che nessuno pensa che: “QUEL CONDUCENTE, QUEL VIAGGIATORE O QUEL PEDONE DA EDUCARE, SONO IO”.
 «Io???  Io che ci posso fare? Io dico che dovrebbero intervenire, multare, cacciare in galera, ma io non posso farlo, magari potessi!» (pedagogia negativa). E pensare che sarebbe così facile sostenere che io - nel mio piccolo - posso fare molto (pedagogia positiva) cominciando a cambiare il mio modo d’uso della strada e di conseguenza quello che trasferisco ai figli, ai giovani e alle altre persone che incontro mentre guido. Sarebbe davvero proficuo dire che io voglio (e so che posso) essere un guidatore ”cristiano”.
  Sembra addirittura troppo semplice: i genitori sono in grado di prevenire i comportamenti a rischio dei figli (e dei loro amici) cambiando quel che pensano e quel che fanno loro medesimi, papà e mamme.

La pedagogia negativa.
   La domanda è: «Quali mei comportamenti sono portatori di messaggi negativi per i miei figli e/o per i ragazzi o giovani che mi osservano?»
Veramente ce ne sono una montagna, (ma da sempre, siamo impegnati ad occupare per la pars destruens meno spazio che per la pars construens), dunque andremo per schemi.
Il nostro comportamento in auto è - più o meno - il seguente (purtroppo anche con i figli a bordo):
-    scarso rispetto per le norme, bullismo in strada, cinture slacciate nel 40% dei casi;
-    sorpassi con linea continua, accompagnati da ingiurie ed improperi a chi va troppo piano;
-    limiti di velocità considerati un optional;
-    molta attenzione a scrutare eventuali pattuglie della polizia e rallentare;
-    fari ad intermittenza, appena oltrepassato il posto di blocco;
-    viaggi da… a…, in tempi incredibili;
-    parolacce quando arriva un’infrazione rilevata tramite l’autovelox: «Disgraziati, ma faccio ricorso; non sanno chi sono io!».
 I nostri messaggi nei riguardi dell’alcool non sono da meno:
-    «Io l’alcool lo reggo benissimo»;
-    «Una bevuta ogni tanto non fa male, lo dicono anche i medici; fa male bere troppo, tutti i giorni».
Ecco le parole che diciamo nei riguardi del rispetto della vita sulla strada:
-    «Finiscono sotto gli imbranati che attraversano senza guardare»;
-    «I morti sulle strade…ci sono e non si possono eliminare; ma a me non capiterà mai».
Infine il nostro modo di pensare nei riguardi delle droghe:
-    «Uno spinello non ha mai ucciso nessuno»;
-    «Le droghe pesanti sono una malattia e noi possiamo solo puntare alla riduzione del danno legalizzandole, così da porle sotto rigido controllo statale».
Certo non ci identifichiamo in “tutti” i casi descritti; ma in qualcuno, indubbiamente sì.

(Mi accorgo che lo spazio a mia disposizione è finito, perciò sono costretto a scrivere: “continua sul prossimo numero”, con la pedagogia preventiva positiva, ovviamente).

 

Pubblicato il 30.06.2012
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