Lunedì 10 Dicembre 2018 03:10

Botta e risposta 2

E’ l’occasione per fornire alcune risposte, sempre con l’avvertenza che quanto viene detto non è una “ricetta” idonea a dare una sicura soluzione ai problemi educativi è semplicemente una proposta di pedagogia positiva che può tradursi in atti educativi - diversi nei modi e nei tempi - a seconda delle persone (educando ed educatore) in interazione.

Luigi Domenighini per La Voce del Popolo: 25) Botta e risposta = Agosto - 2007.

  
 
   Sono trascorsi sei mesi dal precedente articolo con lo stesso titolo e non sono mancate altre domande inviate al settimanale.  (E-mail: redazionevoce@lavocedelpopolo.it - tel. 030.44250). Come non sono mancate richieste di approfondimento di alcuni temi trattati.
E’ l’occasione per fornire alcune risposte, sempre con l’avvertenza che già in febbraio ho premesso, e cioè che quanto viene detto non è una “ricetta” idonea a dare una sicura soluzione ai problemi educativi; è semplicemente una proposta di pedagogia positiva che può tradursi in atti educativi -diversi nei modi e nei tempi - a seconda delle persone (educando ed educatore) in interazione.
 

Domande al pedagogista
Botta e risposta

E’ bene che un bambino piccolo veda la mamma, il papà o un altro parente stretto in ospedale?
   Mi pare di poter dire che non sia male (parlando dal punto di vista educativo) che i bambini entrino in contatto con la struttura ospedaliera, infatti, la malattia fa parte della vita e non è da nascondere:
- certo dobbiamo prepararli adeguatamente spiegando loro che le persone talvolta si ammalano (ma lo hanno già sperimentato di persona) e dicendo che c’è appunto l’ospedale che aiuta a guarire, ecc.;
- certo dobbiamo esser sicuri che i bimbi possano accedere al reparto che vogliamo visitare e mai e poi mai portaveli se è vietato;
- certo è bene evitare il periodo acuto della malattia scegliendo i momenti di maggior serenità del malato;
- certo è bene chiedere ed ottenere un comportamento consono all’ambiente in cui saremo, per il dovuto rispetto per le persone ricoverate, per motivi igienici, ecc., ecc.;
- certo…; ma, se è consentito e con le dovute precauzioni, possiamo visitare il parente o l’amico ricoverato in ospedale con i nostri figli.
Una categoria di persone che si vede pochissimo in ospedale è proprio quella dei nipoti o dei figli; e quanto più piccoli sono, tanto meno si tende a portarli, temendo - a torto - che possano essere spaventati o traumatizzati. A torto perché più un bimbo è piccolo, meno ha pregiudizi e si avvicina con tranquillità a ciò che è nuovo se…; se vede le figure di riferimento tranquille e rilassate rispetto alla situazione che stanno per vivere. Quindi basta che il genitore si accosti con naturalezza al parente ricoverato perché il figlio faccia altrettanto e basta che papà e mamma rispondano alle domande e curiosità del figlio, con parole e contenuti adatti alla sua età, per dare fiducia ed esprimere autorevolezza. Questa esperienza, così fatta, aiuta a “crescere”.
Non va sottovalutato poi, nemmeno il “valore terapeutico” della visita per il malato che, appena vede il figlio od il nipotino diventa felice, dimentica la malattia… e lo tiene per mano. E questo fa bene, aiuta a “voler guarire” , a sperare, ad avere fiducia nella vita. Questo non lo possono dare gli operatori sanitari, per quanto attenti siano alla “persona”; tocca a noi.


Che ne pensa del nuovo cammino di Iniziazione Cristiana dei Fanciulli e dei Ragazzi che coinvolge anche i genitori? Non le sembra un ricatto della serie: «Se non partecipi agli incontri, tuo figlio non farà la prima comunione?».
   Penso tutto il bene possibile. Pare a me un’opportunità veramente valida, offerta ai genitori, per riappropriarsi dell’educazione dei figli anche per ciò che riguarda la Fede. Viviamo una grande “emergenza pedagogica”, in tale situazione l’impegno della Chiesa per orientare i genitori alla testimonianza, assume più che mai anche il valore di un forte contributo per far uscire la società dalla crisi educativa che la affligge. Non c’è nessun impegno per chi non ha questo obiettivo; ma ben venga anche l’obbligo per chi vuole seriamente educare i figli. Una ”responsabilità” che ci toglie dalla nostra ignavia, ci costringe ad interrogarci sulla nostra fede che è “modello” per i nostri figli”. Ma che modello è?
L’ICFR è un bellissimo messaggio per la pedagogia positiva che non vuole “far camminare” i nostri bambini, ma camminare noi con loro: noi guida autorevole e sicura, nella quale ripongono piena fiducia.

Vorrei un suggerimento sull’atteggiamento da tenere nei confronti di mio figlio undicenne (ho un’altra figlia di 6 anni) che nello sport o nelle competizioni di vario genere “non sa perdere”… un po’ come il papà alla sua età.
   Sappiamo che il suo bambino undicenne, imparerà un poco alla volta, come ha imparato lei; ma noi cerchiamo di aiutarlo applicando non la pedagogia negativa, ma la pedagogia preventiva positiva. Evitiamo dunque di rimproverarlo e di denigrarlo o - peggio - di deriderlo quando non accetta la sconfitta (pedagogia negativa). Facciamogli invece preventivamente e positivamente intendere che esistono tre tipi di partite a qualsivoglia gioco: 1) quella di allenamento nella quale impariamo insieme e dunque ci esercitiamo a capire, ad agire, a correggere gli errori per giocare bene e… nessuno vince o perde; 2) l’incontro amichevole che si “fa” per diletto (perché ci piace giocare) e… non importa chi perde o chi vince; 3) la gara competitiva in cui… qualcuno vince e qualcuno perde. Tutte e tre hanno un loro valore, sia per il divertimento sia per il tirocinio alla vita. Le posso consigliare di fare molte partite per diletto o per allenamento con suo figlio, molti giochi così per giocare (a carte, a dama, a scacchi, a pallavolo, a basket, anche a pallone ovviamente, ecc.) e pochi incontri agonistici. Chieda apertamente al bambino prima della sfida competitiva di accettare il risultato, qualunque esso sia. Se necessario gli chieda di scrivere l’impegno su un foglietto e se lo metta in tasca (così faceva don Bosco, quando i suoi allievi facevano una promessa)… Un poco alla volta ce la farà.


 

Pubblicato il 16.05.2012
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