Lunedì 10 Dicembre 2018 02:40

Giochi e giocattoli

Il gioco è una “attività”, il giocattolo è un "prodotto".

Gioco e giocattolo
   Il gioco è una “attività” ricreativa che si pratica quasi sempre con alcuni compagni (di gioco appunto) e che si svolge con pochissimo materiale, il giocattolo invece è un “prodotto” fabbricato appositamente come tale, che di solito non richiede la presenza di amici; giochi e giocattoli non sono, perciò, la stessa cosa.

La scomparsa dei giochi e la prepotenza dei giocattoli
   Io credo che tutti se ne siano accorti: nelle case, come nelle strade e nelle piazze, i giochi stanno scomparendo. Non ci sono più i gruppi di bambini che correvano a nascondersi dopo la “conta”, spariti quelli che giocavano a "tocco", a “rialzo” o a “colore”; il gioco delle biglie poi, così accuratamente studiato da Jean Piaget, non esiste più (è rimasto il foot-ball, ma poco praticato per diletto e molto per spirito competitivo ed agonistico). Ciò è anche dovuto al fatto che l’Italia si pone all’ultimo posto nel mondo per il tasso di natalità; ma è indubbiamente vero che sempre meno bambini giocano con altri bambini.
   Sono apparsi, in compenso, i giocattoli in quantità enorme; abbiamo riempito le nostre case (ma anche le scuole dell’infanzia e gli asili nido) di quelle cose che impropriamente chiamano giochi, ma che altro non sono se non giocattoli, imposti da un’accorta, martellante pubblicità.
Certo i giocattoli "occupano i bambini", li fanno "star tranquilli", li “tengono in casa”; invece, se giocano con i loro amici ci sono sempre problemi: «Come si fa a lasciarli giocare a nascondino in casa? E quelli di sotto? E la cera sul pavimento? E il tappeto della sala? E le tende nuove?». «Come lasciarli correre in cortile? I cortili, poi, dove sono? E se ci sono, hanno forse ancora la terra?».
   La conclusione è che appare meglio, molto meglio comprare quel bel “gioco in scatola” (= giocattolo) di cui si parla tanto bene alla televisione: nessuno si sporca, nessuno gri¬da, nessuno corre per la casa, nessuno litiga.

La pedagogia preventiva positiva
   Facciamo a questo punto un po’ di pedagogia, cioè un po’ di riflessione sull’educazione.  Sono più validi dal punto di vista educativo i gio¬chi od i giocattoli? I giochi (con i compagni e pochissimo materiale semplice, semplice) che effetto hanno nell’educazione? Vale la pena di sopportare qualche disa¬gio per consentire ai bambini di “giocare”?
   II gioco è per il bambino un modo fondamentale per manifestarsi, per rapportarsi con la realtà circostante, per "provare" se stesso con il mondo; per imparare ad accettare successi e sconfitte dove queste ultime sono stimolo per riprovare e fare meglio. Vorrei dire che il gioco è per il bambino quel che il lavoro è per l’adulto, spogliato il lavoro di quel carattere di obbligatorietà che troppo spesso lo accompagna. Il gioco nel mondo infantile è puro diletto: si gioca perché piace, infatti i bambini non giocano mai per interesse come gli adulti.
   Però si gioca sia da soli sia con altri. Sono due modalità diverse di interagire, la prima consente di rapportarsi al mondo fisico, la seconda al mondo sociale. In altre parole: giocando da soli ci si allena a vivere nell’ambiente, giocando con altri ci si allena anche a vivere nella società degli uomini che pure è collocata in un ambiente. Ne viene di conseguenza che il giocattolo (con il quale si opera prevalentemente da soli) può essere un mezzo per rapportarsi al mondo fenomenico, ma non con il mondo sociale. Se il giocattolo consente il primo contatto, raramente favorisce il secondo che è terri¬bilmente importante per la socializzazione. Mettiamoci bene in testa una cosa: il nostro bambino non è destinato a vivere da solo, vivrà con gli altri; pertanto la sua evoluzione sociale è fondante della futura sicurezza ed anche (sia consentito dirlo) della sua felicità. Felicità sì, perché il mondo fisico ci crea dei problemi, indubbiamente; ma quanti di più ne genera il mondo sociale, quante difficoltà ci sono oggi a vivere con gli altri!

I giochi, educativamente parlando, sono più validi dei giocattoli
   Sembra facile a questo punto affermare che i giochi sono più importanti dei giocattoli e che i bambini - per diventare adulti - hanno più bisogno di giochi che di giocattoli.
   I genitori però acquistano tanti giocattoli perché sono loro stessi “vittime” della pubblicità.  I costruttori di giocattoli sanno benis¬simo che non devono convincere i bambini, bensì i genitori; perché sono questi ul¬timi che comprano. Ma non solo: papà, mamme, zii e nonni inconsciamente, pensano che un giocattolo più è costoso più dimostra affetto; non è così!
Infine andando su motivazioni più profonde è necessario non tacere che stiamo chiudendo i nostri figli in una gabbia pulitissima e sempre splendente: l’appartamento; ma (c’è un ma) ab¬biamo un po’ di sensi di colpa... e allo¬ra riempiamo questa gabbia di regali, come a dire:  «Sei in prigione, ma ti abbiamo comprato quello che volevi, hai anche la TV, la Play-station, il computer, così siam sicuri che non ti sporchi, non ti fai male, non combini guai, non gridi e sei contento». Ma è contento?
   I genitori sì! Sono soddisfatti della "gioia" che i bambini manifestano, quando ricevono un giocattolo; ma è proprio felicità? A me pare eccitazione. Allora il giocattolo è un “eccitante” (attenzione!!) che verrà presto abbandonato per pretenderne un altro ancora più emozionante e così via, fino a quando?
   La conclusione è semplice: pochissimi giocattoli, tantissimi giochi riscoprendo quelli che si praticavano una volta, comprendendo - oltre a quelli già citati - i giochi di squadra, di ruolo, di imitazione, ecc., ecc.
   Tutto questo discorso vale anche a scuola; soprattutto negli asili-nido, nelle scuole dell’infanzia e primaria. Ovviamente, al nido il gioco è il sottofondo di ogni attività; ma anche la scuola materna è stata definita più volte "ludocentrica", cioè fondata sul gioco. Forse non tendiamo, anche lì, ad impedire il gioco, per le stesse ragioni per le quali i genitori non lo permettono a casa?  Dai due ai sei anni anche a scuola occorre dare ampio spazio al gioco, non avendo preoccupazioni se gli alunni torneranno a casa sporchi, sudati, magari con il grembiulino strappato o con le scarpe piene di sabbia o sassi. Raccomando pertanto alle educatrici di "riscoprire" i giochi tradizionali, con tanti bambini e pochissimo materiale, la sabbia dell’apposita buca, la ter¬ra del giardino o dell’orticello della scuola, ecc. ecc. Raccomando di dire ai genitori che i giochi sono assolutamente necessari per una buona educazione e socializzazione. Certo la scuola, assumerà opportuni accorgimenti che riducano al minimo le controindicazioni: vestirà adeguatamente gli alunni, quando nel gioco è facile imbrattarsi; farà cambiare ogni anno la sabbia della sabbiera; esigerà che il cortile sia perfettamente sgombro da qualsiasi oggetto che possa creare pericolo; controllerà che animali non possano entrare nel parco giochi, nel giardino o nell’orto del¬la scuola; farà insomma tutto il possibile; ma mai e poi mai bandirà il gio¬co dall’attività educativa con la scusa che i bambini litigano, si spor¬cano o tornano a casa con la terra nei capelli.

Papà era il mio gioco preferito
   Indubbiamente se il papà e la mamma giocano con il loro bambino, presto tutti si stancano dei “giocattoli” e inventano “giochi”: il gioco del cavallo, del treno, dell’altalena, della corsa, del nano, delle canzoni o delle parole, ecc. Mi piace concludere con il caso della signora Nikki, la quale invitando il suo piccolo a giocare con i tanti doni che aveva ricevuto per Natale, si sentì dire «Papà era il mio gioco preferito». Purtroppo però suo marito era da poco partito per la guerra in Irak! Non si perse d’animo! Costruì un bambolotto gonfiabile tale e quale papà, in divisa d’ordinanza… e lei, papà e figlio ricominciarono a giocare come famiglia. Ovviamente ne volle uno anche la sua vicina Tricia… e tante altre mamme con il marito al lontano. Oggi le daddy dolls (le bambole di papà) si vendono e si comprano in internet…



 

Pubblicato il 06.11.2011
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