Lunedì 22 Ottobre 2018 14:55

Gelosia tra fratelli

La gelosia tra fratelli «C’è…., non c’è…, è un bene o un male…, è normale o bisogna preoccuparsi»? Sono le domande che un genitore si pone quando nasce il secondo figlio.

Luigi Domenighini “GELOSIA TRA FRATELLI”.

La gelosia tra fratelli
«C’è…., non c’è…, è un bene o un male…, è normale o bisogna preoccuparsi»? Sono le domande che un genitore si pone quando nasce il secondo figlio. Oggi, appunto, parliamo della gelosia tra i fratelli ed inizio ricordando un piccolo fatto: durante la pausa di un incontro, si avvicina un papà e mi chiede: «E’ possibile che la mia bambina (5 anni) non sia gelosa del fratellino che ora ha circa un anno?». Rispondo che è possibile, ma che sarebbe del tutto normale se lo fosse. «In effetti - continua il genitore, rassicurato dalla risposta - talvolta lei lo caccia via malamente, soprattutto quando prende cose sue». Questo bravo papà assume spontaneamente il tipico atteggiamento dei genitori che, ammalati di perfezionismo, non vorrebbero dei figli gelosi, ma così non è; per cui, se affermare che tutti i bambini sono gelosi dei fratelli è troppo, dire che la “gelosia” è del tutto normale è cosa corretta.
E’ normale, si diceva, ma attenzione: se non è gestita bene si può trasformare in rancori o diffidenze che magari, poi, dureranno per tutta la vita. Il pericolo è reale! Talvolta da persone adulte sento dire: «Io e mio fratello non siamo mai andati d’accordo, ma questo non significa che io ne sia geloso». Non è quasi mai vero, in molti casi ci sono comportamenti grandemente condizionati dal risentimento verso i fratelli. Ecco come continua, in confidenza la persona appena citata: «Ricordo quando l’estate andavamo al mare: il papà e la mamma davanti ed io (comodo come un pascià) sul sedile posteriore tutto per me, accuratamente attrezzato come un lettino. Poi è arrivato “l’invasore” e… addio lettino, la spazio a nostra disposizione è stato ripartito in tre parti: la mia, la sua ed in mezzo una striscia di terra di nessuno che non andava occupata (i sedili posteriori delle auto sono così divisi). Lui, però, entrava anche nel mio ormai ridotto territorio; allora io urlavo che aveva passato la riga, ma alla fine era sempre il "poverino e piccolino", che veniva preso in braccio dalla mamma, cosa a me assolutamente vietata. (E cosa - aggiungo io - pericolosissima e che mai deve essere consentita).

La pedagogia negativa
A seguito di quanto detto sopra, la prima cosa da evitare, è l’affermazione: «Geloso? Assolutamente no! Loro si adorano»; perché sappiamo che non è vera, poco o tanto ogni figlio soffre quando deve dividere l’affetto e le coccole dei genitori. Negare l’evidenza produce danni.
E non è solo il maggiore ad essere geloso del fratello, avviene anche il contrario: talvolta il piccolo diventa autenticamente un tiranno frignando e strillando ogni volta che prestiamo attenzioni al primogenito, disturbandolo quando studia e quando gioca, volendo tutto per lui e distruggendo, appena lo raggiunge, quel che non gli era stato lasciato. Questo comportamento si consolida se noi ci intromettiamo affinché gli si lasci fare (e gli si dia) quel che vuole, perché è piccolo. Comportamento educativamente sbagliato nei riguardi di ambedue i figli.
La seconda idea negativa può essere quella di voler “dare lo stesso” ad ogni figlio. I due (o i tre) non hanno affatto bisogno di “uguali prestazioni”. Ad esempio: se la sorella più grande va alla scuola elementare ed ha bisogno di oggetti suoi, quali quaderni, penne, matite colorate ecc., errore sarebbe pensare di risolvere i conflitti dotando il secondogenito di altrettanta cancelleria scolastica.
Infine non dimentichiamo che ogni figlio è unico ed irrepetibile che ognuno ha sue caratteristiche, suoi talenti, suoi modi d’essere. I riferimenti al fratello che si comporta sempre bene, che è ben educato, che studia, ecc. e le affermazioni del tipo «Guarda tuo fratello, lui sì che…», sono pedagogicamente controproducenti.

La pedagogia positiva
La pedagogia preventiva dovrebbe farci arrivare alla conclusione che il piccolino non ha aspettative circa quel che “gli si deve” in quanto a cure e ad interventi dei genitori e dei familiari. Pertanto potremmo decidere di non dedicare tutto il tempo al neonato, di non tenerlo costantemente in braccio, di non essere solo e totalmente per lui e di impegnarci, invece, a non ridurre le attenzioni per il maggiore, sapendo che spontaneamente ed in buona fede saremo orientati a rivolgerci al minore.
La seconda convinzione che possiamo far nostra riguarda il fatto che i “bisticci” tra fratelli non sono necessariamente distruttivi, servono a confrontarsi e ad imparare a trovare una mediazione tra punti di vista diversi, perciò accettiamolo e lasciamoli litigare. Può essere, dunque, opportuno impegnarci ad intrometterci il meno possibile e solo quando il litigio può diventare pericoloso. Ho questa esperienza documentata: i due stanno suonandosele di santa ragione nella cameretta, la mamma non sa che fare e confida al pedagogista… “Sono andata di là ed ho detto: «Bambini devo uscire a prender il pane, torno tra dieci minuti», sono uscita e mi sono fermata fuori dalla porta per sentire quel che succedeva… il conflitto è cessato”.
Ma se riteniamo necessaria la nostra azione:
- interveniamo spronandoli a capire le ragioni dell’altro, alla ricerca di una soluzione accettata da ambedue, cosa faticosa… ma possibile;
- interveniamo sdrammatizzando, magari, indirizzandoli verso attività gradite, alternative al litigio; se ad esempio propongo ai due litiganti: «Andiamo in giardino e iniziamo la costruzione della (tanto desiderata) casa sull’albero», la contesa continuerà?;
- interveniamo chiedendo il “rispetto delle regole di famiglia” che avremo precedentemente fissato con i figli e sulle quali mamma e papà sono assolutamente concordi;
- interveniamo quando lo scontro diventa fisico e separiamoli con decisione, dichiarando che non ci importa chi ha torto o chi ha ragione e nemmeno che ha cominciato (questo non ci interessa mai) e diciamo chiaramente che in questa famiglia nessuno (proprio nessuno) ricorre alla violenza per far valere le proprie ragioni (quello che vivono in famiglia è qui determinante!); ciò detto si stabilisca subito la relativa regola, semplicemente così formulata: “In questa casa non ci si picchia”… e non si ammettano trasgressioni.

 

Pubblicato il 24.09.2011
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