Martedě 11 Dicembre 2018 23:31

Fede in famiglia (2)

Continuo l’argomento precedentemente trattato (fede 1) per continuare il discorso sui messaggi che noi trasmettiamo ai figli circa la nostra fede

21) Luigi Domenighini per La Voce del Popolo  - Fede 2: buoni e cattivi messaggi


Continuo l’argomento precedentemente trattato (fede 1) per concludere il discorso sui messaggi che noi trasmettiamo ai figli circa la nostra fede. Là si era parlato in specifico di che cosa comunichiamo circa le tre virtù teologali; qui vogliamo continuare con altri temi quali la vita, la chiesa, le pratiche religiose, ecc., convinti che i nostri comportamenti, (le nostre latitanze anche) sono messaggi chiari che i figli recepiscono anche se non li  esprimiamo con le parole.

L’esperienza di vita e gli sbagli che facciamo
Per quanto riguarda il tema della nostra esperienza di vita, occorre abbandonare la strada della pedagogia negativa con la quale diciamo al figlio: «C’è poco da stare allegro, caro mio… con quel che capita nel mondo; fidarsi è bene e (ovviamente) non fidarsi è meglio; ma tu sei ancora piccolo, goditi questi anni, il “bello” verrà dopo, vedrai!» per imboccare la strada della positività e dire, invece, a chi ci guarda con affetto e stima e vuole da noi modelli credibili: «La vita mi ha consentito di scoprire una dimensione che (e anche qui basta guardarsi intorno) sembra scomparsa: è la possibilità di un’esistenza fiduciosa, anche quando sbaglio, perché c’è un rimedio…sempre: “Mi alzerò… andrò da mio padre gli dirò…”. Ti aspetta una vita serena che vale la pena di esser vissuta e gustata pur con talune amarezze, avversità, errori e peccati; perché dopo la morte, c’è inequivocabilmente la resurrezione di Cristo, che vuole tutti salvi; basta alzarsi e tornare dal Padre».

L’appartenenza alla Chiesa
E all’interno di questo “messaggio positivo” relativo alla vita si può facilmente innestare la consapevolezza, la fierezza, la gioia di appartenere alla Chiesa. Perché anche qui siamo carenti. Molti genitori dimostrano di credere senza appartenere; di confidare in un “qualche Dio”; ma senza adesione convinta alla Chiesa di Cristo. Questa posizione può riassumersi nelle seguenti parole (che non diciamo ai bambini, ma che loro “ricevono” dal nostro concreto modo di comportarci): «Dio sì, ma Chiesa no; Cristo sì, ma preti no; la Chiesa è vecchia e deve decidersi ad adeguarsi ai tempi; ma tu vai in chiesa, che in ogni modo non ti fa male». Certo una visione convinta e coerente della nostra posizione ci porterebbe a dire che: «Cristo ha voluto la sua Chiesa fondata sugli uomini e non sugli angeli; su Pietro e sugli Apostoli e che questa Chiesa è “per Lui” grande nei secoli, pur nella “umanità” di tutti, preti e laici». E convinti di questo ci sarà facile continuare puntando decisamente in alto e dicendo al figlio che: «L’adesione alla Chiesa - oggi - esige uno sforzo continuo di anticonformismo, perchè richiede di porsi in rotta di contrasto con l’ambiente circostante e noi ne siamo sicuramente capaci».

Le “pratiche religiose”
I genitori convinti manifestano la loro fede anche con un’altrettanta convinta partecipazione alle funzioni religiose, ai sacramenti, al banchetto del Corpo e Sangue di Cristo.
Il messaggio negativo, nella migliore delle ipotesi, in questo caso è: «Si va bene, io - qualche volta - vado in chiesa, ma non esagero, perché non sono bigotto. Non è poi indispensabile la Messa tutte le domeniche. Il rosario, poi? No,  dai… è roba da donnette. Perché, “io” - quando ho bisogno di parlare con Dio - gli parlo direttamente e - se necessario - gliele dico di santa ragione. Ma tu devi andare alla Messa dei bambini la domenica e porta il cero durante la Via Crucis del venerdì santo, che sei così bello!”.
Certamente diverso è il discorso del genitore convinto che il rapporto con il Risorto è incontro con una persona; che si esplica sia con il colloquio diretto, sia con la preghiera, ma anche - e soprattutto - con la Messa domenicale: «Perché, lì tu incontri personalmente Gesù». E ancora: «Quelle pratiche religiose che sembrano così “popolari” nutrono la mia vita e, come hanno dato fede, speranza e carità a me e a tanti uomini, dai più semplici ai più grandi, la possono dare anche a te».

L’educazione alla fede e l’ICFR
Molti genitori delle nostre “comunità cristiane”, hanno comunque costruito nel tempo un loro modo di pensare e vivere la fede e perciò si sentono cristiani a tutti gli effetti e tali si manifestano ai figli; ma in sostanza la loro fede è rimasta piccola, al livello della fanciullezza e veramente si trovano in difficoltà a trasmettere il dono che hanno ricevuto. Sanno che è un bene prezioso; vogliono davvero comunicarlo ai figli; ma hanno reali, grosse difficoltà perciò vogliono tenacemente delegare e faticano ad accettare l’idea che devono diventare protagonisti dell’educazione alla fede dei figli. La parole chiare che papà e mamma dicono sono: «Vai al catechismo, che alla tua età ci sono andato anch’io».
Ma oggi abbiamo intrapreso una nuova strada, quella del nuovo cammino di Iniziazione Cristiana dei Fanciulli e dei Ragazzi percorrendo la quale possiamo dire: «Inizia per te e per noi un cammino di fede, che bello!».
Che dire infine agli insegnanti? Che sogno un giorno in cui l’obbligo scolastico sia esteso anche ai genitori (un incontro al mese per dieci mesi) per avviare una vera “scuola per genitori” dove i medesimi possano discutere i loro comportamenti, anche relativi alla trasmissione della fede, per escludere quelli educativamente scorretti e valorizzare quelli positivi. Lo scopo è indubbiamente quello di acquisire capacità educative reali oggi non più sufficienti se basate solo sul buon senso e sulla tradizione.

 

Pubblicato il 24.09.2011
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