Martedì 11 Dicembre 2018 23:51

Parolacce

«Un giorno - quando meno me l’aspettavo - il mio delizioso bimbetto (tre anni appena compiuti) così carino e paffutello, buono e gentile, ingenuo e mai malizioso, ha pronunciato una sonora parola…ccia, scandalizzando tutti.

 “LE PAROLA…CCE”

1)    «Un giorno - quando meno me l’aspettavo - il mio delizioso bimbetto (tre anni appena compiuti) così carino e paffutello, buono e gentile, ingenuo e mai malizioso, ha pronunciato una sonora parola…ccia, scandalizzando tutti». Perché?
La psicologia ha ben dimostrato che il periodo che va dai tre ai sei anni è quello in cui si “socializza” la parola, si comprende cioè che le nostre parole possono essere usate da altri e che noi possiamo usare le parole sentite: tra queste ci sono (perché no?) anche le parola…cce. Il bambino ha imparato da qualcuno questi nuovi interessanti modi di dire e - semplicemente - li usa. Dunque la prima motivazione è di natura evolutiva e dimostra una normale acquisizione di abilità e competenze (verbali in questo caso). E’ un dato di fatto, per niente connotato da valutazioni morali negative.
Inoltre le “parola…cce” sono espressioni usate dai “grandi” e lui, che vuole crescere, deve parlare come loro.
Infine suscitano reazioni, vengono fuori nei momenti straordinari, quando papà è arrabbiato, quando mi sgrida, sono efficaci per attirare l’attenzione e questo è “molto interessante”.

2)    Ma dove le impara? Dobbiamo castigarlo?
Nel momento in cui lo sentiamo dire la prima volgarità, la domanda nasce spontanea.
I papà e le mamme - tutti - con sicurezza dichiarano: «… da noi no, noi non usiamo quelle parole lì!; ma spesso i bambini imparano proprio dagli adulti più vicini e principalmente dai genitori. E se non a casa, le sentono in strada, a scuola, nel parco, in oratorio, ecc. Ma che importanza ha il dove o da chi? Non c’è dubbio che una volta acquisite le ripeteranno. E se noi glielo impediremo daremo loro uno strumento per metterci in imbarazzo e per contestare la nostra autorità davanti agli altri. Castigandoli le terranno dentro di sé e le tireranno fuori quando preadolescenti, nel gruppo degli amici, potranno finalmente fare e dire quello che vogliono.
Quindi mentre durante l’infanzia le parolacce sono del tutto normali e, tutto sommato, facili da gestire poi sarà più difficile e costituiranno una reazione alla generazione precedente che ha inibito l’uso di queste espressioni.

3)    Che fare?
Sgridare il bambino, o castigarlo o picchiarlo produce l’effetto contrario, fissa il comportamento e porta a ripeterlo… ed allora sul “che fare” possiamo proporre una scaletta graduale di comportamenti positivi:
-    il primo è proprio quello detto e ridetto: bisogna parlarne preventivamente tra educatori, tra papà e mamma, tra genitori ed educatrici della scuola materna, tra tutti questi ed il pedagogista, affinché quando capita si sappia come agire. Conosco l’obiezione. “Ma davvero dobbiamo “parlare prima” di tutto anche delle parla…cce?”.  La mia risposta è unicamente “Sì” perché ciò serve ad evitare reazioni sicuramente dannose ed ad adottare quelle educativamente valide.

4)    Ci fai qualche esempio di risposte dannose?
Certo, interviene il papà che dice: “Sei un deficiente”, o la mamma che dà una sberla al bambino, così impara, o la nonna che dice: “Ma non lo sai che se dici quelle parole Gesù ti castiga”…, ma … continuiamo con i nostri comportamenti positivi:
-    la seconda cosa da fare è controllarsi, eliminando le volgarità; evitando così esempi negativi da parte di chi (papà e mamma) sono “modelli” determinanti;
-    dopo i tre anni si può (e si deve), far presente con serenità al bimbo che noi non usiamo quelle parole, perché siamo una bella famiglia ed abbiamo scelto di usare un linguaggio altrettanto bello.

5)    E circa il riferimento all’offendere Gesù fatto dalla nonna…
La fede, lo abbiamo detto più volte, la trasmettono i genitori con i loro esempi di vita concreta ed i bambini crescono buoni perché buona è l’educazione che ricevono in casa. Purtroppo però tanti genitori mandano i bambini in parrocchia, all’asilo delle suore, all’oratorio, ai campi scuola, al catechismo: “così imparano qualcosa di buono”, intanto in famiglia valgono altre regole, si impreca, si bestemmia, si usa un linguaggio da caserma. La religione non serve a “tener” buoni i bambini (minacciando castighi di Dio, inferni e quant’altro); si tratta semmai di dare una buona educazione morale (che non coincide con l’educazione religiosa tant’è che può esserci una buona educazione morale anche in una famiglia atea) che ha come meta la capacità di distinguere il bene dal male, la capacità di scegliere il bene, il meglio, il bello.  
 

Pubblicato il 10.07.2011
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