Lunedě 10 Dicembre 2018 03:09

Botta e risposta 1

Una specie di botta e risposta, con la quale - posta una questione - il “pedagogista” risponde.

Durante questi mesi i nostri lettori hanno fatto pervenire alla rubrica “in famiglia” alcune domande “spicciole” chiedendo che se ne parlasse, seppur brevemente. Una specie di botta e risposta, dunque, con la quale - posta una questione - il “pedagogista” risponde. Certamente è una modalità tra le più produttive di interazione; ma è anche una soluzione rischiosa soprattutto se chi fa la richiesta si aspetta una bella serie di “risposte ricetta” con le quali possa, poi,  risolvere il suo piccolo/grande problema.
Per cui in premessa è doveroso precisare che nelle scienze umane nulla è definitivo ed un caso non è mai uguale ad un altro, perchè il nostro bambino, è “unico ed irrepetibile”. Ed è altrettanto doveroso dire che in pedagogia ad una domanda non segue una “tecnica” ovunque applicabile e di sicuro successo, bensì un’indagine (seppur breve) del problema, per tentare di conoscerlo e di farsi delle “idee positive” che serviranno poi da “indirizzo” nei comportamenti educativi concreti.
Detto questo vediamo quali sono state le domande dei genitori, pur non potendole riportare tutte.
 
La mia è una famiglia monogenitoriale in quanto io sono sola dopo la morte di mio marito, come posso vivere con i figli la mancanza del padre?   
   Certamente la morte del padre o della madre è un evento dolorosissimo, cui ognuno reagisce in modo diverso ed è veramente difficile da “superare”. Posso solo constatare che “è un dato di fatto” e che il primo passo da compiere potrebbe proprio esser quello di non lottare contro ciò che è, e non si può cambiare. Per cui non è bene far percepire ai figli la rivolta ed il rifiuto della morte della persona cara; è pedagogicamente positivo invece esprimere sì il dolore, ma contemporaneamente anche l’accettazione di quanto è avvenuto con la consapevolezza che il papà ora è in paradiso e che di là “ci è ancora più vicino”. Se la nostra fede è fondata sulla roccia, il messaggio sarà chiaro ed il bambino non si sentirà affatto orfano.

Mi sembra che i genitori oggi tendano ad evitare ai figli ogni fatica, è positivo questo?
   Positivo direi proprio di no, non è infatti crescendo il bambino nell’appartamento che diventerà adulto; talune mamme non lo mandano nemmeno alla scuola materna per evitargli di incontrare “gli altri” e così generano grosse difficoltà di socializzazione. Se vogliamo riflettere ci accorgiamo che inconsapevolmente tendiamo a fargli avere tutto quello che a noi è mancato e a proteggerlo da qualsivoglia problema. Per cui non deve prendere freddo, guai a sudare o sporcarsi; non può aiutare in casa (perché poi lavorerà tutta la vita), deve però essere sempre (troppo) coperto, praticare cento attività sportive, seguire il corso di... ecc. Indubbiamente sarebbe opportuno lasciarlo più libero; farlo uscire a giocare con i suoi compagni; aprire le porte di casa per far entrare gli amici; assolutamente importante è mandarlo alla scuola materna subito e sempre; usufruire delle strutture esistenti come l’oratorio (ACR-CSI-GREST, ecc.), ma anche (se c’è) del cortile di casa o del parco giochi, con opportuna discreta sorveglianza.

I miei due figli litigano sempre, io cerco di far loro capire che “devono” volersi bene, ma mi sembra di parlare al vento.
    Ovviamente nessuno ha problemi con chi non incontra mai e nemmeno con chi non condivide nulla. Si litiga con le persone più vicine, non dimenticando che gli affronti, le parolacce, i dispetti che provengono da un fratello ci colpiscono profondamente proprio perché “ci si vuole bene”. Direi dunque che la cosa è del tutto normale e che va fino ad un certo limite tollerata. E’ importante questo livello di tolleranza per evitare di cascare nel gioco di interventi frequentissimi e per cose da poco, ignorare dunque se i litigi sono futili. Superato il limite è indispensabile far ragionare i due fratellini affinché assumano i loro impegni cui seguirà, se non sono mantenuti, il giusto castigo. Ma si devono pensare anche interventi positivi come una vita meno chiusa, visite agli amici, passeggiate in famiglia, attività interessanti fuori casa.

Ho un figlio solo non per scelta, ma perché così è; non corre il rischio di crescere mammone ed incapace di confrontarsi con gli altri.
   Premesso che in una famiglia numerosa è più facile educare, direi proprio che suo figlio non corre alcun rischio, se (mi ripeto, lo so) lei apre la casa per lasciarlo uscire, se invita molti amici a giocare con lui, se il bimbo frequenta la scuola dell’infanzia ..., se va all’oratorio, alla catechesi, ecc.

Cerco di educare mio figlio all’accoglienza, alla socievolezza, al perdono; ma davanti alle cose che succedono.  mi chiedo se non dovrei orientarlo alla prudenza, alla diffidenza, ecc.
   Indubbiamente i pericoli ci sono, provengono dagli adulti e dai coetanei. Sono temi che meritano una trattazione molto più ampia. Brevemente mi par di poter dire che è bene educare alla prudenza ed alla difesa di se medesimi, senza per questo esagerare limitando l’incipiente autonomia. Ritengo indispensabile - per esser davvero di aiuto ai figli - che noi adulti lasciamo sempre aperto, ogni giorno, il canale di ascolto: è assolutamente necessario che, se andiamo a prenderli a scuola, non torniamo di fretta a casa tempestandoli di domande; ma si cammini con calma senza che il genitore parli, consentendo così al figlio di raccontare le cose importanti della scuola. E’ indispensabile che durante i pasti (pranzo e cena) la TV sia spenta e che ci sia un clima di ascolto di tutti verso tutti, ecc. ecc.; solo così i problemi, le gioie, i successi, le paure, i timori, le domande non mancheranno di emergere; come non mancheranno le nostre pacate, positive considerazioni tendenti ad elevare il livello di autostima del bambino nella convinzione che le condotte suggerite saranno attuate; ma anche non mancherà la nostra azione preventiva insieme agli altri enti educativi, proprio perché il modo migliore di occuparsi della violenza sui bimbi è quello di prevenirla, cioè di fermarla prima che sia attuata.
 
Sono mamma di due bambini, uno adottato (Luca, 4 anni) ed uno naturale (Nicola, 10 mesi), mi pongo il problema del come informare il maggiore ( o devo aspettare ancora?) e poi l’altro figlio.
   Penso che dal momento in cui un bambino diventa suo figlio ed è da allora indubbiamente amato come tale, non debba più essere descritto con aggettivi come naturale, adottivo, legittimo, ecc. Ogni figlio si ama, ciascuno con il proprio nome. Ma non voglio eludere la sua domanda: “Bisogna dirglielo?”. Certo che bisogna dirglielo, non foss’altro per evitare che lo venga a saperlo da altri; ma va fatto con naturalezza come cosa semplice e tranquilla. Le potrei consigliare di preparare l’album fotografico di famiglia dove ci sarà la sua foto da ragazza e quella del suo futuro fidanzato… poi altre immagini fino al vostro matrimonio, poi quelle del primo bambino e quelle del più piccolo e di tutta la vostra bella famiglia. Sfogliate ogni tanto insieme (lei, suo marito ed i bambini) questo album, illustrate le fotografie ai vostri figli… lasciate parlare il cuore e non sarà difficile nemmeno comunicare ciò che ora la preoccupa tanto. 

 

Pubblicato il 10.07.2011
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