Mercoledì 12 Dicembre 2018 00:29

Competitività, rispetto delle regole

L’interazione competitiva è normale modalità di rapportarsi dell’uomo con il mondo fisico, vivente e sociale: ci confrontiamo con le difficoltà che la vita ci pone e le superiamo ci sappiamo difendere dal freddo, dalla fame, dalle avversità naturali, ecc ci rapportiamo normalmente con il mondo animale e sappiamo ricavare da questo un vantaggio per la vita dell’uomo

L’interazione competitiva è normale modalità di rapportarsi dell’uomo con il mondo fisico, vivente ed umano: ci confrontiamo con le difficoltà che la vita ci pone e le superiamo; ci sappiamo difendere dal freddo, dalla fame, dalle avversità naturali, ecc; ci rapportiamo normalmente con il mondo animale e sappiamo ricavare da questo un vantaggio per la vita dell’uomo, pur nel rispetto della creatura di Dio; ci confrontiamo infine con gli altri uomini, con lo scopo non del dominio ma del miglioramento, in quanto insieme riusciamo a produrre risultati positivi. La competizione quindi non è da evitarsi… se da essa si trae stimolo a migliorare.
 Diverso è il caso dell’aggressività. Tu mi minacci… dunque io tiro fuori le mie armi di difesa o di offesa e - se posso - ti vinco e ti domino.
Competitivo è il bambino che chiede alla mamma di comprargli il gelato, lo chiede con insistenza, finché la mamma risponde o sì o no. Aggressivo è il bambino che chiede e - se non ottiene - si mette ad urlare, si rotola per terra, sbraita, finché la mamma cede.
Competitivo è il papà che vuole la cameretta del figlio in ordine, chiede uno specifico impegno e, mancando eventualmente il figlio al compito, lo castiga. Aggressivo è il genitore che dice: «Se non metti in ordine la camera entro stasera ti prendo a calci…».
Ben sappiamo che competitività ed aggressività sono normali nel bambino; ma sappiamo anche che noi possiamo, con opportuni interventi pedagogici, indirizzare l’aggressività (nostra e loro) verso una sana competitività.
Certamente i modelli di oggi non sono edificanti; telegiornali, stampa, videogiochi, film, spettacoli orientano verso l’aggressività; ma non nascondiamoci dietro l’alibi della società violenta per rinunciare al nostro ruolo: l’educazione è strettamente nelle nostre mani e - se noi siano non violenti, ma saggiamente competitivi - da noi impareranno i nostri figli.

Ma se fosse troppo tardi?
Ci stiamo purtroppo accorgendo che “è” troppo tardi, che la violenza non è solo negli stadi, che nelle nostre scuole i “bulli” la fanno da padrone, che è - infine - anche in casa nostra. Perciò la ricerca di una soluzione positiva deve partire proprio all’interno delle mura domestiche; preoccupiamoci innanzitutto della nostra casa e cominciamo con “una sola regola di famiglia” che - sono certo - farò rispettare. Comunichiamo chiaramente la “regola”, discutiamola, concordiamola e diciamo chiaramente che “sarà rispettata da tutti”. Per le altre provvisoriamente applichiamo la “medicina della misericordia” (Papa Giovanni XXIII), tenendo presente che la medicina si dà a chi è malato e che quindi, acquisita la prima regola seguiranno le altre per tutta la famiglia me compreso. Me compreso perché la persona autoritaria impone regole agli altri, la persona autorevole propone regole che riguardano tutti (lui compreso) e le propone accettando anche la discussione sulle medesime, ma sapendo che l’ultima parola spetterà a lui.
E’ faticoso certo; ma alla fine….

Mettiamo il caso che io educatore, o mio figlio ci troviamo a confrontarci con un bambino aggressivo
Certo non è risposta facile, ma soprattutto non è cosa facile; ma partiamo da alcuni dati generali: l’aggressivo è sostanzialmente un timido-esibizionista che ha bisogno di “consenso”; provoca, sfida, picchia, dice parolacce, calunnia… e si aspetta una risposta. Rispondere o no?
Talora è bene non rispondere, sovente la mancata risposta esaurisce l’atto.
Occorre invece rispondere se l’aggressione viene reiterata  e la modalità intensificata.
In questo caso è necessario intervenire chiaramente sul prepotente per fargli capire (senza urli, ma con molta severità) che non tollereremo ulteriori attacchi, comunicando preventivamente e subito le conseguenze per nuove manifestazioni di violenza. Certo non è facile minacciare castighi e talvolta ci sentiamo impotenti, ma se ci pensiamo bene, le idee ci vengono e siamo in grado di dire come ci comporteremo.

Ma… come facciamo a sapere se il nostro bambino è vittima di scherni, vessazioni, prese in giro o peggio
Non è certamente interrogandolo con fare inquisitorio o spiandolo che saremo informati di tutto, non è certamente tenendolo chiuso in casa ed accompagnandolo ovunque, che lo proteggeremo (tipico è il caso di quella mamma che dopo aver caricato il figlio sul pullman ed averlo affidato all’allenatore… cominciò a coltivare cattivi pensieri…).
Il primo semplice consiglio è quello di lasciar aperto il canale di ascolto; di spegnere la televisione (almeno durante i pasti principali) per parlare in famiglia; di non tempestare di domande il figlio/a, ma di tacere noi affinché parli lui; di non correre a casa in macchina dopo averlo preso alla scuola materna (per piazzarlo davanti alla TV), ma di camminare lentamente lasciando parlare per valorizzare tutto quel che dice senza stroncarlo mai.
Certamente è anche opportuno sganciarsi dal quotidiano per fare qualcosa di “alternativo”: una bella lunga passeggiata a piedi, tutta la famiglia, allegri, contenti in mezzo alla natura, cantiamo, parliamo, scherziamo… e se c’è qualcosa verrà fuori. Se non viene fuori… non c’è.

Che cosa consigliare ai nostri figli/alunni
Parlando ai bambini (3-6 anni) ed ai fanciulli (7-12 anni) è bene consigliare di non reagire davanti alle prepotenze, di non arrabbiarsi, di non piangere, di non implorare; ma di allontanarsi e di andare nel gruppo degli amici: Il consiglio principe è: «sia in strada che in scuola, stai sempre “insieme” con loro,…., siete amici.. no?». «Dopo parlane con me o con la maestra, con tuo fratello o con tua sorella,  fidati, se ne parli il problema è già risolto».
Allo scopo di preparare prima i nostri figli ad affrontare questi problemi, queste cose sono da dire così per caso, un giorno a cena (ovviamente a TV spenta), quando si è accennato ad argomenti di questo genere, anche se non ne ravvisiamo l’immediata necessità.
 

Pubblicato il 30.06.2012
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