Lunedì 10 Dicembre 2018 03:26

Verso l’autonomia, una strada da percorrere

Qual è lo scopo dell’educazione? Uno solo: portare alla libertà!

Il fatto
Certamente, e  nessuno lo può negare, il rapporto educativo è “asimmetrico”, nel senso che non è paritario. Infatti l’adulto “è” adulto ed il bambino “è” bambino: sono diversi per età, ruolo esperienza, attività e reciproci legami. L’adulto ha il compito di “crescere” il bambino il quale ha bisogno di essere educato; questi è - alla nascita - talmente dipendente dal genitore che, se non venisse aiutato, morirebbe. Ogni tentativo di negare questa disparità ha prodotto e produce danni.

Da 0 a 100 in 18 anni
Partiamo da una situazione nella quale il neonato ha un livello di autonomia nullo, cioè pari a zero  (e di dipendenza pari a cento) per giungere (a 18 anni? o oggi molto più in là?) ad un giovane che possiede i precedenti dati esattamente ribaltati, cioè livello 100 di autodeterminazione e livello 0 di dipendenza. In questa ipotetica “curva dell’autonomia” il 50% potrebbe - a mio modesto avviso - collocarsi intorno ai 12/13 anni.

Verso la maturità dei figli e dei genitori
Maturità innanzitutto dei figli i quali, per dirla breve, dovrebbero superare la “fase del posso”, durante la quale dipendono dai genitori, per raggiungere una consapevolezza che consenta di presentare e discutere in famiglia ipotesi comportamentali che saranno più o meno condivise ed alle quali ognuno darà in suo apporto in un dialogo costruttivo.
Ma anche maturità di papà e mamma (certamente non nel senso anagrafico; ma proprio come “coppia genitoriale”) che gradualmente supereranno la “fase del devi” e comprenderanno che il figlio ha diritto di prendere le sue decisioni, di vagliare i pro ed i contro, di accettare il margine di rischio che è insito in ogni azione intrapresa. Il che non vuol dire che ha diritto di commettere i suoi sbagli; ma - ripeto - ha diritto di scegliere, accettando che ogni decisone umana può anche non sortire l’effetto desiderato.

Gli atteggiamenti negativi
Gli atteggiamenti negativi sono facili da elencare e non posso certo citarli tutti: ci son genitori irrimediabilmente convinti che devono sostituirsi ai figli in tutto; altri che non lasciano uscire i figli da casa se non accompagnati; altri ancora che ad ogni azione intrapresa dal piccolo intervengono bloccandola “per evitare guai”. Ci sono genitori che dopo aver deciso di dare la paghetta al figlio e di lasciargliela gestire come crede, urlano perchè l’ha sprecata nell’acquisto di cose inutili. Ci sono poi mamme che fremono fino a tarda ora di notte per attendere il ritorno del figlio che non hanno abituato (fin da piccolo) a rispondere a due semplici domande: «Dove vai e a che ora torni». I migliori papà sono impegnati a “non fargli mancare niente”, ogni buona mamma dice “Vorrei darle tutto ciò che io non ho avuto alla sua età”. Sono loro i genitori, in questi casi, a non essere autonomi dai figli e formeranno figli eternamente dipendenti.

La pedagogia preventiva positiva  
La pedagogia positiva si sintetizza nelle parole: “indirizziamoli al bene”, avendo la convinzione che possono farcela. Tendiamo alla autentica loro libertà. Libertà è, in fase di crescita, avere davanti a te una guida esperta che ti indica la strada, che ti pone anche dei paletti (100 paletti a 0 anni; 50 a 14 anni, 0 a 18). La “guida” sa che il suo scopo non è quello di ben fissare i paletti, ma di rimuoverli, arrivando - gradualmente - a non averne bisogno; ed è ben felice quando può abbatterne uno perchè veramente si sforza di lasciare tutti di spazi di intraprendenza che riesce a scorgere (il bimbo che ha vicino a sé una guida sicura è libero, il bambino che fa quello che vuole è abbandonato); tutto questo fino a quando il “guidato è in grado di guidarsi e di guidare”. Stimoliamo la sua creatività e la sua voglia di fare; aiutiamolo favorendo ed “illuminando” i percorsi positivi; non certo trascurando di mostrare limiti e pericoli, ma i limiti siano effettivamente liberanti ed i rischi, questi presentiamoli appunto come tali e non come sicura fonte di insuccesso “dato che tu non hai esperienza, non ti impegni, non sei capace”.
Nessuno può negare (e la psicologia lo ha largamente dimostrato) che “se le cose vanno bene”, siamo spinti a fare ed a fare meglio”, invece, “se le cose vanno male”, tendiamo - nella migliore delle ipotesi - a non fare. Tutto questo, detto secondo i canoni delle “regolarità” della psicologia, suona così: “Il successo stimola all’azione e all’azione positiva, l’insuccesso stimola - quanto meno - a non agire”. Stimoliamoli dunque a fare da soli e fare bene, aiutiamoli a fare da soli e a fare bene.                       
In conclusione una considerazione per gli insegnanti guardate i vostri alunni e vedete in loro le potenzialità, le positività, le capacità creative, l’intuito e le divergenze; sono questi i loro talenti che non è lecito seppellire in tutta fretta raggiungendo - entro la II elementare - il risultato che tutti i prati sono verdi, il sole giallo ed i camini delle case ben perpendicolari rispetto al suolo.

Pubblicato il 30.06.2012
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