Marted́ 11 Dicembre 2018 23:18

Meglio prevenire che punire

Il castigo non insegna nulla circa il comportamento giusto.

Lo abbiamo detto più volte da queste pagine: per educare bene bisogna intervenire principalmente su di noi educatori. Dobbiamo prima di tutto “noi” adottare la pedagogia preventiva positiva, farcene idee chiare per poter essere all’altezza dei nostri compiti; ma questo non significa che non dobbiamo trasmetterla ai figli. In altre parole l’argomento di questo intervento è: “Come possiamo insegnare ai figli a prevedere le conseguenze delle loro azioni”.

Insegnare, vuol dire, ce lo chiarisce S. Agostino, “signare in”; cioè indicare la meta, il punto dove vogliamo arrivare, l’obiettivo cui tendiamo. In questo caso vogliamo abituare i nostri figli ad anticipare mentalmente le conseguenze delle azioni che compiono, delle scelte che effettuano, delle decisioni che prendono.

Prevedere le conseguenze non significa “avere presenti” i castighi che chi sbaglia riceverà, noi siamo contrari alle punizioni e vorremmo che mai nessuno ne ricevesse. Ricordo ancora il padre del “Metodo Preventivo”, don Bosco che dichiarava di non aver mai castigato - con l’aiuto di Dio - nessuno dei suoi allievi. Ma noi non siamo santi, ricorriamo troppo poco all’aiuto di Dio e troppo spesso ai castighi! Il guaio è che questi sono inefficaci perché hanno il solo scopo di reprimere le azioni inopportune, senza incentivare quelle giuste.

Prevedere le conseguenze è anche l’esatto contrario del permissivismo; del comportamento, cioè, di chi dice: «Lasciamogli fare quello che vuole, tanto sbagliando si impara». Sbagliando non si impara, o almeno se si impara ciò avviene con grande dispendio di energie psichiche, emotive, razionali, ecc. Non sbagliando ed ottenendo il risultato atteso, la fiducia in sé aumenta, la vita è bella e i giovani crescono orientati al bene.

Prevedere non è nemmeno subire le conseguenze naturali delle proprie azioni. Se Emilio ha rotto il vetro della finestra della sua camera, lasciamolo dormine per qualche giorno al freddo onde capisca l’errore compiuto (così Rousseau). Le conseguenze naturali ci sono indubbiamente, servono anche da lezione; ma meglio, molto meglio è non errare affatto. Facciamo un esempio, se mio figlio si avvicina alla stufa, io dico: «Scotta», così sto semplicemente anticipando le conseguenze del suo agire e mai e poi mai mi sognerei di lasciarlo ustionare come modalità educativa.

E’ di gran lunga meglio rendere i figli parte della soluzione, che parte del problema. Come:
  • aiutiamoli ad incamminarsi nella strada giusta, fornendo supporti e stimoli in tal senso;
  • se siamo d’accordo rassicuriamoli sul fatto che sono capaci, quindi riusciranno a fare quanto si propongono o devono; se non lo siamo non minacciamo castighi, ma esprimiamo la nostra contrarietà, non con lagnanze, ma dicendo che cosa non approviamo e perché;
  • insegniamo come rimediare agli errori, ad esempio: «So che non volevi rovesciare l’olio della moto sul pavimento del garage, d’altronde te l’ho chiesto io di passarmelo, ma ora non spargerlo, ti mostro come si fa a raccoglierlo…»;
  • stimoliamo la ricerca di un’alternativa, quando è possibile: «Forse si può fare in altro modo… »;
  • non condanniamo il figlio, ma l’errore, quindi non diciamo: «Sei proprio stupido», ma «Hai detto (o fatto) una stupidaggine»;
  • ecc.

Insomma, “meglio prevenire che punire”. Se così non fosse, che razza di pedagogia sarebbe la nostra? Le punizioni non modificano in meglio un comportamento problematico. Se si castiga un bambino e non migliora è il caso di cercare una soluzione diversa. La pena inflitta spesso è inefficace perché vogliamo dare una lezione ai figli, vogliamo farli soffrire così imparano; ma ciò genera solo rabbia e desiderio di prendersi la rivincita. Un bambino castigato non impara nulla su come migliorare. Insegnargli la pedagogia preventiva positiva, invece, significa mostragli concretamente come fare bene e ciò già da quando è piccolissimo. Già durante la scuola materna, infatti, i bambini socializzano la parola e l’azione, sono cioè capaci di proporre all’amico seduto davanti alle costruzioni: «Facciamo una casa?»; il che vuol dire che il risultato - la casa cioè - è pre-visto, concretamente, intuitivamente certo, ma di esso il bimbo di tre/quattro anni ha la conoscenza mentale antecedente la sua realizzazione. Aristotele aveva ben espresso questo concetto con la frase, che cito a memoria: «Il fine cui si tende, preesiste logicamente al tendere, come scopo del tendere stesso»; dunque i bambini piccoli sono in grado di immaginare l’esito delle loro azioni e noi possiamo far leva su questa capacità. Ovviamente tenendo presente che nel periodo dell’infanzia e della fanciullezza il pensiero non ha ancora raggiunto la capacita di astrazione e che noi siamo lì per aiutarli a prevedere per prevenire.

 

Pubblicato il 06.11.2011
top