Domenica 22 Luglio 2018 10:46

La fuga dallíItalia dei nostri figli

Perché se ne vanno?

 

Quanti giovani hanno lasciato l’Italia nell’anno appena terminato? Le prime proiezioni dicono che saranno sicuramente di più che nel 2016, quando furono ben 124.000: Perché?
Sarà - ed è vero - perché qui veramente manca il lavoro e molti decidono di emigrare;
sarà perché dentro di noi alberga sempre, magari nascosto in un angolino, uno spirito zingaro;
sarà perché noi Italiani siamo molto bravi a piangerci addosso e a dire che qui va tutto male;
sarà perché - sempre noi - pensiamo che in Germania funzioni tutto alla perfezione, in Spagna ci sia lavoro per tutti, in Inghilterra maggiore libertà di impresa, ecc.;
sarà perché i collegamenti aerei sono veloci e low cost;
sarà perché tutti dicono che senza uno stage all’estero l’esperienza formativa non è completa;
sarà perché abbiamo studiato le lingue e vogliamo usarle;
sarà per porre fine alla vita passata in casa di mamma e papà con relativi benefici (vitto, alloggio, vestiti, soldi, ecc.);
sarà perché, sempre a proposito di famiglia, l’unico modo per liberarsi da genitori iperprotettivi è quello di andarsene;
sarà perché i reportage dall’estero relativi ai nostri connazionali che hanno successo sono molto intriganti e appetitosi;
sarà perché la burocrazia e le tasse in Italia sono soffocanti;
sarà perché gli stipendi all’estero sono più alti;
sarà perché in Italia la capacità e le eccellenze non vengono premiate;
sarà per questi o per altri fatti - frutto dell’educazione, delle nostre aspirazioni o delle condizioni reali della società italiana - ma la fuga dall’Italia è fenomeno sociale sempre più ampio: molti giovani scelgono di vivere all’estero, accettando anche lavori che qui da noi difficilmente prenderebbero in considerazione (un ragazzo in Italia che stia dietro al bancone del bar non si sente affatto realizzato, ciò che magari avviene con lo stesso lavoro in un pub di Londra o in una birreria di Berlino, certo meglio pagato).     
A questo punto, dato il fatto, viene spontaneo chiedersi se tutto ciò è - dal punto di vista educativo - positivo, se contribuisce a far “maturare” questi nostri giovani o se il risultato è un ulteriore impoverimento del Paese, di loro medesimi e delle nostre famiglie (nessuno può negare che il vistosissimo decremento delle nascite e l’emigrazione verso le città di tanti lavoratori hanno ridotto al lumicino le comunità di montagna e di provincia, con grande perdita dal punto di vista culturale e sociale. Come nessuno può negare che la permanenza in famiglia dei giovani che non trovano lavoro sia autenticamente un problema di difficile soluzione dal punto di vista psico-pedagogico e sociale).

Ma non mancano gli aspetti positivi:
- assecondare lo spirito di avventura non è affatto negativo;
- vedere com’è, la vita all’estero è utile per ricredersi sulle reali condizioni dell’Italia;
- constatare che nessuno è perfetto, può portare a scoprire che le cose funzionano talora meglio da noi che in altri paesi (L’esempio dell’organizzazione della GMG di Roma nel 2000 e di Colonia nel 2005, anche se datato, lo dimostra);
- formarsi una cultura aperta, grazie alla conoscenza di alcune lingue straniere è un arricchimento non indifferente;
- andare a cercare lavoro là dove c’è, è molto dignitoso;
- staccarsi dalla famiglia per divenire autonomi è il naturale passaggio dalla giovinezza all’età matura;
- sfruttare all’estero la propria formazione è assolutamente normale, se ciò non è possibile qui da noi;
- guadagnarsi, infine, da vivere lavorando onestamente qui in Italia o fuori  dai confini nazionali contribuisce alla soddisfazione della persona e al benessere delle società. Quel che conta, qui o là, è svolgere bene il proprio lavoro, sapendo che nel lavoro l’uomo realizza la sua vocazione.

Pubblicato il 03.02.2018
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