Lunedì 10 Dicembre 2018 03:25

Mi provoca

“Ho sempre avuto con la mia bambina (ora 6 anni) un ottimo rapporto, per lei sono sempre stata perfetta, e siamo sempre andate d’accordo. Fino a quando un giorno, d’improvviso, mi ha risposto: «No, non lo faccio! Sei scema!». Ci sono rimasta malissimo e - quasi in lacrime dalla rabbia - l’ho sculacciata ben bene…”.

 

“Ho sempre avuto con la mia bambina (ora 6 anni) un ottimo rapporto, per lei sono sempre stata perfetta, e siamo sempre andate d’accordo.  Fino a quando un giorno, d’improvviso, mi ha risposto: «No, non lo faccio! Sei scema!». Ci sono rimasta malissimo e - quasi in lacrime dalla rabbia - l’ho sculacciata ben bene…”.
Così ci scrive Tiziana di Mairano. Che le diciamo?
Che, indubbiamente, ha fatto male a picchiarla perché, come lei sa, noi siamo totalmente contrari a qualsivoglia forma di violenza, anche quando siamo intimamente e profondamente toccati.

Perché una bambina prima tranquillissima ha detto una cosa del genere?
- Perché voleva (o non voleva) qualcosa…  e cercava una scorciatoia per ottenerla subito. Ha già infatti esperienza – in casa o fuori – che talvolta con la violenza si ottiene);
- perché… ha reagito impulsivamente (spesso anche noi reagiamo senza pensare a quello che facciamo e questo i nostri bimbi lo imitano);
- perché voleva vedere che cosa succedeva se diceva “scema!” alla mamma (quasi un test per metterla alla prova);
- per verificare se si comportava come la maestra, quando un suo compagno ha detto la stessa parola (la maestra ha infatti reagito malissimo, ha urlato e cacciato il discolo nell’angolino in fondo, ma lui era così riuscito ad attirare l’attenzione di tutti i suoi compagni che di solito non lo guardano nemmeno…);
perché la bambina aveva un problema che non sapeva affrontare (a volte le reazioni negative nascono da un disagio inespresso);
- perché era arrabbiata per qualche motivo;
- perché un fatto spiacevole le era appena capitato e non sapeva come uscirne;
- per esercitare comunque un potere su di noi, infatti: se noi accettiamo la “provocazione" e reagiamo con violenza cediamo al potere della bambina; lei “sa” che, se vuole, può mandarci in collera e farci fare cose che noi non accettiamo.
- ecc.

Ma almeno per la gratitudine che deve alla mamma, una frase così non doveva mai pronunciarla…
E’ facile leggerla come una manifestazione di ingratitudine estrema: “Ma come? A me che mi faccio in quattro per lei? Che l’accontento in tutto e dappertutto? Almeno un po’ di rispetto!” Ma bisogna dire che i bambini piccoli, pur amandoci immensamente, non “sentono” il dovere di esserci grati per tutto quello che facciamo; per loro, non se ne rendono conto e ritengono che quanto facciamo sia semplicemente da farsi.

Che cosa bisogna fare allora?
Quel che conta in questi casi è stare molto attenti a non cascare nel tranello della provocazione: perché, se si innesca il meccanismo “Io ti provoco e tu reagisci” la storia non finisce più. Comincia nell’infanzia e continua nell’adolescenza. Meglio contare fino a trentadue e aspettare che il nostro animo offeso si plachi.

Quando ci si è calmati, qualcosa bisognerà pur fare o dire…
Il primo obiettivo da perseguire è “rendere inefficace il comportamento aggressivo”, cioè non cedere: le abbiamo negato l’acquisto di una barretta di cioccolato alle nocciole, mai e poi mai il suo insulto le farà avere quello che desidera. Le abbiamo detto che è ora di smettere di giovare in cortile e di salire in casa perché il pranzo è pronto, così sarà e l’aggressione non ritarderà per niente quanto richiesto. E così via. Se i comportamenti violenti sono (come i capricci) improduttivi siamo certi che un poco alla volta (e abbastanza presto) si estinguono.
Poi, semplicemente è il momento di dire: “Tu lo sai che in questa casa ci si rispetta perché ci si vuole bene… quindi sarà la prima e l’ultima volta che ti comporti in questo modo! O K?”
E qui aspettiamo ciò che dice la bimba perché se riconosce di aver sbagliato e si impegna a non ripetersi, la faccenda è finita. Ovviamente se succedesse ancora, non ci arrabbiamo, non la picchiamo, semplicemente le ricondiamo che la promessa precedente non è stata rispettata e la castighiamo con una punizione che riteniamo giusta e che, ne siamo sicuri, faremo rispettare.

 

Pubblicato il 06.12.2016
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