Martedì 11 Dicembre 2018 23:18

L’intelligenza

Che cosa determina l’intelligenza del bambino? L’ereditarietà o l’ambiente?

 

  • Che cosa determina l’intelligenza del bambino? L’ereditarietà o l’ambiente?

Antichissima discussione che però trova facile soluzione nella frase: “ereditarietà ed ambiente, ambedue concorrono allo sviluppo del bambino”.  Quanto avviene nell’ambiente di vita, si innesta su ciò che è ereditato e così a poco a poco trasforma una “persona” (perché già il bimbo appena concepito è persona = essere umano unico e irrepetibile portatore di valori non conculcabili) in “personalità” (= uomo con sue precise idee, capacità di scegliere, cultura e socialità, ecc.). Per cui è vero che un bambino posto in un ambiente ricco di stimoli ha più possibilità di sviluppare la sua intelligenza di chi nasca e viva in ambiente povero, in tutti i sensi, quindi non solo dal punto di vista dei beni materiali, ma anche per ciò che riguarda il “patrimonio immateriale” che è dato dalla cultura di un ambiente sociale. E non si pensi solo all’intelligenza, tutto lo sviluppo (fisico, psichico, sociale, affettivo, emotivo, morale, ecc.) è condizionato da ciò che il piccolo vive e agisce.

 

  • In che modo si può stimolare l’intelligenza?

Per aiutare nostro figlio a essere “intelligente” non servono lauree, ma normali capacità educative che lo stimolino a una crescita armonica seguendo le regole della pedagogia positiva di cui abbiamo tanto parlato. Ne riassumo alcune:

- lasciamo parlare lui, instaurando sempre un colloquio gratificante per tutti e due;

- evitiamo gli ordini e, per ogni cosa che chiediamo, cerchiamo di fargli capire perché la chiediamo; - cogliamo tutti i momenti opportuni per entusiasmarlo facendogli fare esperienze positive, concrete, quindi portiamolo sul posto e viviamo con lui ciò di cui si parla;

- rendiamolo partecipe fin da piccolo dei significati affettivi, culturali e simbolici di certi oggetti, fenomeni, manifestazioni;

- assicuriamolo che è capace di superare le avversità, gli ostacoli, i piccoli problemi che sono quelli che rendono “interessante” la vita;

- diamogli la possibilità di fare molte esperienze, non portiamolo solo al supermercato, ma nei luoghi più disparati, nel bosco, in un teatro, negli studi di una radioTV, in un parco, in comune, all’ASL, ecc., ecc.;

- partecipiamo attivamente alla sua educazione anche quando è affidata ad altri enti educativi;

- infine (ma non certo per importanza) stimoliamolo sempre verso il bene, in lui c’è moltissimo di positivo: è fatto a immagine e somiglianza di Dio. Ogni suo aspetto positivo che evidenzia, una volta illuminato da noi educatori, costituisce una tessera di quel meraviglioso puzzle che è la vita buona, bella, ricca di un uomo intelligente.

 

  • A propositi di puzzle… dicono che puzzle, indovinelli, giochi logici, giocattoli “educativi” consentono di sviluppare l’intelligenza…

Possono aiutare l’intelligenza (quella logico-matematica); ma non solo di logica essa vive, pensiamo agli affetti, alle emozioni, all’immaginazione, al linguaggio, alla mimica, alle abilità pratiche e manuali, alla musica, al disegno, ecc. Se prendiamo come intelligenza la capacità di intus legere = leggere dentro (questo è il significato etimologico della parola) comprendiamo come intelligente non sia la persona che ha una mente matematica e procede per rigide regole logiche o per formule scientifiche; ma chi oltre a questo sa “capire il perché” delle cose e degli eventi, sa agire in libertà e intenzionalmente, sa “pensare”, sa trasmettere ciò che svuole comunicare, ha una sua visione del mondo, della vita, della storia, dell’aldiquà e dell’aldilà, ecc., capacità queste che sono solo dell’uomo maturo.

 

  • Che cos’è il quoziente di intelligenza?

Il quoziente di intelligenza (detto brevemente QI) è un numero che si utilizza per quantificare le capacità intellettive stabilite con appositi test riguardanti le conoscenze, le capacità logiche, la memoria, l’orientamento spazio-temporale, ecc. La norma si pone al numero cento.

 

  • Ma come faccio a sapere il QI di mio figlio?

Un bambino che si comporta “normalmente”, che vive una vita serena in famiglia, che frequenta il nido o la scuola senza difficoltà, ecc., questo bimbo non ha alcun bisogno di essere sottoposto a un test che ne stabilisca il QI. Solo se ci sono importanti ritardi evolutivi, se la scuola segnala problemi gravi (sia ben chiaro: gravi, non le normali difficoltà) in questo caso, sentito il parere del medico di base o pediatra e degli insegnanti, può essere utile che il bimbo venga visto da uno specialista, soprattutto allo scopo di poter intervenire in modo mirato.

 

  • Dunque chi ha un QI inferiore alla media rimarrà sempre un poco in ritardo rispetto ai suoi compagni? Avrà scarso successo nella vita, difficoltà nel lavoro, ecc. ?

Non è affatto detto per molte ragioni. La prima per il fatto che i ritmi evolutivi variano da persona a persona; la seconda perché la crescita in età, la vita in famiglia, la scuola, il gruppo dei coetanei e degli amici favoriscono, se sani, il superamento di taluni semplici ritardi; la terza per il fatto che (ed è largamente dimostrato) l’esito delle prove per stabilire il QI varia a seconda della situazione emotiva che il soggetto vive, a seconda dell’ operatore che fa le prove, varia anche per il clima che i genitori hanno creato attorno a questa “visita specialistica”; quindi un bimbo che dà risultati modesti ora, tra sei mesi può fare decisamente meglio.

In conclusione, non è necessario (salvo casi particolari) pensare al quoziente di intelligenza di nostro figlio.

 

  • Per finire: un bambino “emotivo” è più fragile?

Può essere, ma un bambino “emotivo” che abbia imparato a gestire la sua emotività è capace di empatia, di capire gli altri, di essere un buon leader. Ha un buon livello di autostima, che aiuta a presentare le proprie idee in modo convincente, a non subire passivamente la volontà dei prepotenti ed ha anche buona dose di autocontrollo, che suscita sempre rispetto e considerazione.

Pubblicato il 25.09.2016
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