Marted́ 11 Dicembre 2018 23:06

La "rabbia"

Lo so che la “rabbia” è una malattia dei cani e che, se si parla di persone, sarebbe meglio chiamarla con un altro nome, collera o ira ad esempio ma tutti noi usiamo la parola “rabbia” per esprimere la ribellione a qualcuno o qualcosa ci procura profondo disagio.

 

Lo so che la “rabbia” è una malattia dei cani e che, se si parla di persone, sarebbe meglio chiamarla con un altro nome, collera o ira ad esempio; ma tutti noi usiamo la parola “rabbia” per esprimere la ribellione a qualcuno o qualcosa ci procura profondo disagio. Quindi - per capirci - diciamo che oggi parliamo della “rabbia” del nostro piccoletto, che - soprattutto quando si associa a gesti inconsulti e a comportamenti furiosi - ci spiazza, perché non possiamo accettarla, men che meno in pubblico; quindi ci infuriamo pure noi, lo sgridiamo e lo castighiamo. Ma è la strada giusta? Dà risultati positivi? Non lo é, non calma il bambino e spesso provoca intensificazione delle manifestazioni. Per cercare altre strade occorre premettere che gli impulsi affettivi sono spontanei e naturali, pertanto tutti legittimi, collera compresa; anche quando non sono belli, anche quando non sono corretti socialmente, anche quando sono decisamente cattivi, come l’odio o il desiderio di vendetta. Se abbiamo la consapevolezza della liceità delle reazioni emotive, possiamo iniziare la nostra azione educativa preventiva e positiva per coltivare i sentimenti buoni e controllare quelli negativi.

Innanzitutto: è opportuna sempre l’azione preventiva distinguendo le manifestazioni accettabili da quelle non tollerabili. Si può piangere, lamentarsi, brontolare, tenere il broncio, esprimere la propria contrarietà, isolarsi, fare le boccacce, protestare, scarabocchiare un foglio, fare una corsa, ecc.; non si può distruggere le cose, dire parolacce, picchiare, dare calci o pugni, mordere, insultare, sputare, prendersela con il fratellino, farsi del male, ecc. Detto questo, ecco ora alcuni comportamenti positivi. 

Il primo, immediatamente utile, può essere quello di essere solidali con frasi del tipo: «Hai ragione, non ti va che il tuo più caro amico se ne sia andato, ma tornerà presto e potrete giocare ancora insieme». Poi, si può minimizzare: «Non è la fine del mondo, capita a tutti di sbagliare…», cercando di far capire che - tutto sommato - quasi sempre non si tratta di un grande problema. Si possono, anche, proporre alternative agli scatti d’ira mal gestita: «Non si picchiano le persone; tieni, da’ pugni a questo cuscino»; oppure: «Qui no! In terrazza grida quanto vuoi»; o anche: «Ora andiamo in saletta ed io ti ascolto…cercheremo insieme una via d’uscita». Talvolta basta una battuta spiritosa, un po’ di sano umorismo (come era intitolato l’articolo del mese scorso); ma anche va bene offrire il proprio aiuto. Ad esempio: Angelo, a dispetto del suo nome, è fuori di sé; urla come un pazzo e corre per l’appartamento inseguendo Teresa e minacciando di ammazzarla; in questo caso, con fermezza, lo si accompagna in camera sua perché trovi modo di calmarsi. Proviamo poi a tacere e a lasciarlo parlare e magari ci dirà il motivo di tanto furore: la sorellina gli ha strappato alcune figurine dall’album e tra queste la “figura oro”, introvabile! Serve una risposta tranquillizzante, come: «Bene… anzi male! Ma ne hai parlato con me… vedrai che una soluzione io e te ce la inventiamo, siamo insuperabili noi due… fidati del tuo papà».

 

Pubblicato il 26.03.2016
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