Lunedě 10 Dicembre 2018 03:03

Tanto non mi ascolta

I miei figli non mi ascoltano! Mi ritrovo ad alzare la voce… a strillare

 Tanto non mi ascolta.... 

I miei figli non mi ascoltano!  Mi ritrovo ad alzare la voce… a strillare per raggiungere un risultato… a supplicare: “Rispondimi, per piacere”. Sono stanca e sto per rinunciare…
   Certo educare è bello, dà soddisfazioni; ma non è facile e, talvolta, davanti alle difficoltà… ma soprattutto davanti agli scarsi risultati si è invogliati a rinunciare.

 Appunto gli scarsi risultati, ma ti rendi conto che a volte si devono ripetere le stesse cose mille volte, che a nulla serve alzare il tono della voce, dare ordini, minacciare castighi…, ecc. ecc.?
   Me ne rendo perfettamente conto, ma ciò non autorizza a gettare la spugna. Sappiamo, per quanto abbiamo detto fin qui, che il nostro compito è seminare, seminare, seminare sempre anche quando non ci ascoltano più. 

Che cosa si può dunque fare per parlare a un figlio “sordo” alle prediche di papà e mamma?
   Semplice, smettere di predicare! 

Come? Come?
- Il modo. Dicevamo di abbandonare il tono da predica, per assumere quello di pacata comunicazione, che dice quello che mi aspetto dal figlio, valorizzandolo nella sua capacità: Sono certo, mi fido di te, perciò ti dico come puoi comportanti per essere in gamba, intelligente e capace. Smettiamo di lamentarci, di brontolare, di dire: Devi, devi, per iniziare a parlare con autorevolezza…

- Il luogo e la posizione. Quando diciamo qualcosa a nostro figlio diciamoglielo, ben vicini, facendo sentire la nostra “presenza fisica" non minacciosa, affettuosa ma presente. Quindi invece di parlare o urlare da un’altra stanza o dal piano inferiore, o dalla tavola dove si sta cenando, andiamo da vostro figlio e parliamogli da vicino. Se la cosa è importante guardiamolo negli occhi mentre parliamo; se è importantissima, mettiamogli le mani sulle due spalle. Se quello che diciamo è di normale rilievo, parliamo normalmente; se è importante, parliamo con tono lento è pacato; se è importantissimo, abbassiamo la voce… Più cresce la difficoltà dell’argomento ed il contrasto con il figlio, più riduciamo il volume della nostra voce. È un’abitudine da acquisire fin da quando il bambino è piccolo, in questo caso anche chinandoci all’altezza dei suoi occhi. 

- Il tempo. Se abbiamo qualcosa da dire, non rimandiamo a quando, porta d’ingresso semiaperta, sta per uscire, facciamoci coraggio e parliamo subito, funziona!

- Il messaggio. Non diciamo le cose che non deve fare, ma quelle che ci aspettiamo che faccia lui che è sveglio, intelligente, capace.

Per esempio?
   Non serve dire: Non fare tardi, mi raccomando! Semmai occorre dire: Torna, come d’accordo, per le ore…. Non serve dire: Ti raccomando non correre, semmai: Rispetta i limiti. Non va bene la frase: Non buttare i rifiuti per terra, ma: I rifiuti vanno nel cestino. Non: Sbrigati che è tardi; ma: Lo scuolabus è qui tra 5 minuti.
Ogni volta che ci vien voglia di esprimere un divieto, proviamo a “voltarlo” ed esprimiamolo in positivo; si può sempre ed è più efficace.
Esprimiamo le richieste come comportamenti normali, logici, pacifici, ovvi e concordati con la famiglia.
 

Il genitore afflitto da un figlio che non ascolta mai, non potrebbe decidere di lasciargli fare quel che vuole, tanto… “tutto serve per fare esperienza”, “anche noi quando eravamo giovani…”, ecc.?
   Questo è un atteggiamento da cancellare totalmente, io sono il genitore ed ho i compiti del genitore, finché il figlio è in età evolutiva è mio dovere dirgli che cosa mi aspetto la lui. Quando è cresciuto ovviamente è libero di decidere; ma se sta in casa… “continua a rispettare le regole di famiglia”.

Mi sembra una risposta un po’ dura
   Lo è, ma così è! Un figlio che fa quel che vuole si trova davanti ad una gigantesca rotonda stradale e non sa che strada scegliere. Gli serve un navigatore…

 E per concludere mettiamo che una mamma davanti a chi non la ascolta più decida di avere un atteggiamento conciliante, di trattarlo con gentilezza, di dimostrargli tanto affetto, ecc.
   In questo caso la benevolenza del genitore non è altro che un’illusione che maschera la natura profonda dei sentimenti. Lo sguardo del genitore non comunicherà nulla dell’amore vero di cui il figlio ha bisogno per trovare il suo equilibrio e la sua libertà. Ha bisogno di una guida sicura, ha invece una mamma e un papà che lo riempiono di sdolcinatezze. Che frana, questi genitori, come possono essere amati e stimati?

 

Pubblicato il 07.11.2014
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