Lunedì 10 Dicembre 2018 03:33

Ubbidienza con le buone o con le cattive? (!)

Pur essendo i genitori d’oggi molto larghi nel concedere libertà ai figli tutti sostengono che un certo livello di ubbidienza

 62) Ubbidienza… con le buone o con le cattive? (!)

 

Pur essendo i genitori d’oggi molto larghi nel concedere libertà ai figli tutti sostengono che un certo livello di ubbidienza è indispensabile, ma anche che non è facile ottenerla; ed allora ecco la domanda (o l’affermazione): “Ubbidienza con le buone o con le cattive? (!)”. Di solito rispondo che dipende proprio da loro e questo scatena polemiche a non finire…

Indubbiamente l’influenza dei genitori sulla nascita e sullo sviluppo del senso del dovere (che poi è quello che spinge a ubbidire) è enorme se non decisiva. In parole semplici: alla nascita e fino a due anni circa il bambino non ha il senso del dovere (e nemmeno ha il senso di colpa), sappiamo per certo che a tre anni li avrà acquisiti entrambi. Chi li fa nascere? il mondo sociale in cui vive e precipuamente i genitori. Se una persona spontaneamente amata e stimata (come papà o mamma) propone un certo comportamento come doveroso, il bambino è portato a seguirlo e se viene rimproverato perché non fa quanto richiesto, nasce il senso di colpa.

La prima morale del bambino è quella dell’obbedienza (senso del dovere) anche quando non ubbidisce (senso di colpa); certo, lo sappiamo tutti che imparerà immediatamente dopo che si può anche non ubbidire, essere aggressivo per ottenere quello che si vuole, che il “rimorso” può essere soffocato e tenderà a ripetere i comportamenti che hanno avuto successo e lo hanno portato a soddisfare i suoi desideri.

Dunque una grande responsabilità dei genitori e degli educatori, che in concreto devono essere i primi ad ubbidire a loro medesimi. Sì, siamo noi che dobbiamo - prima di tutto - ubbidire a noi stessi nel senso che se abbiamo detto no, sia no e basta; se abbiamo detto sì, lo sia sempre senza discutere. Faccio un esempio per esser meglio inteso. La mamma è al supermercato e il piccolo chiede l’orsetto di peluche, lei dice di no. Lui inizia a piangere e la mamma cerca di zittirlo, ma quello persevera e attira l’attenzione di tutti. Chi deve ubbidire?

In questo caso è la mamma che deve ubbidire a se stessa. Se ella è coerente, lui capirà che non è quella la strada per ottenere ciò che vuole e il comportamento indesiderato un poco alla volta si estinguerà. Se cede, lui alla fine sarà accontentato “perché così la smette, e non mi fa fare figure”. Il comportamento trasgressivo e aggressivo ha avuto successo! Il bimbo tenderà a ripeterlo e non solo nelle medesime condizioni (luogo affollato in questo caso); ma anche in condizioni analoghe ed ecco che la sera, chiede di restare alzato ancora un po’. Il papà dice di no ed ha serie intenzioni di “ubbidire a quello che egli medesimo ha stabilito”. Insiste un po’, poi perde la pazienza e minaccia: “Ti porto di peso e non mi fermo neanche un secondo con te” e la mamma: “No! Non sgridarlo poverino, lo accompagno io, tu non sei capace…”.

Ecco, il figlio ha imparato che può sfruttare  le situazioni a suo vantaggio.

La base dunque è che i genitori siano “obbedienti” ai sì e ai no che dicono; ma rimane ancora il quesito iniziale: “Se mio figlio non fa quello che deve, come lo faccio ubbidire, con le buone o con le cattive?. Né con le buone né con le cattive, ma semplicemente attuando il “rispetto delle regole”. Un esempio anche in questo caso. Il bambino si rifiuta di raccogliere i giocattoli, come lo faccio ubbidire?  con le buone: “Dai fai contenta la mamma; sta così bene la tua stanzetta in ordine” o con le cattive? “Ti do due sculaccioni”.

Né con le buone, né con le cattive; semplicemente con la “regola” che abbiamo stabilita e che tutti rispettano quasi automaticamente. ”In questa casa, finito di usare una cosa, la si ripone al suo posto”, ciò vale anche per i giocattoli. Se così non avviene l’educatore deve essere assolutamente inamovibile: “non avviene nient’altro!”. Non li ripone la mamma i giocattoli, non si sistemano domani, non si va tranquillamente a guardare la tivù. Si sta tutti ad aspettare, papà a mamma concordi, che la regola sia rispettata. Stanchi di aspettare verrà applicata “la conseguenza logica” della violazione della regola: tutti i giocattoli durante la notte spariranno e non ci saranno più. Ritorneranno? Forse, dopo molto tempo, se il disobbediente avrà dimostrato con il suo comportamento concreto relativo alle altre cose che usa di aver imparato la lezione e se avrà assunto formale impegno a mettere i giocattoli al loro posto dopo l’uso.

            Rimane un ultimo quesito: “Se si scopre, a posteriori, che il figlio non ha ubbidito?” Il genitore - con tono sereno, ma serio - ne parla col figlio e ascolta: c’è forse stato un impedimento più che ragionevole o può esserci il riconoscimento dell’errore, il conseguente impegno a rimediarvi subito e alla coerenza nel futuro. Non esistono altri casi, non esistono i “non avevo voglia”.

Certo tutto questo richiede, impegno e costanza. In pratica fin da quando i figli sono piccolissimi: siamo assolutamente “ubbidienti” a noi stessi, rispondendo alle richieste con sì o con no che non ammettono deroghe; sostituiamo ordini o divieti con “regole” certe, sicure e durature; le regole vengano sempre rispettate e fatte rispettate; incoraggiamo e lodiamo nostro figlio per ogni comportamento positivo, più che castigarlo per condotte indesiderate.

 

 

Pubblicato il 26.04.2014
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